Oltre la nebbia – Il mistero di Rainer Merz: un tuffo nel passato alla riscoperta del nostro glorioso cinema di genere

È vero il fatto che il cinema di genere italiano sia definitivamente morto? Se si pensa ai fondi che ogni anno le più importanti case di produzione destinano al settore, si può affermare a gran voce che, purtroppo, nel nostro Bel Paese, dove in passato abbiamo avuto maestri che hanno fatto scuola in tutto il mondo come Mario Bava, Antonio Margheriti, Lucio Fulci e Dario Argento (giusto per fare qualche nome), ormai tale genere non esista quasi più.

Eppure, per fortuna, se facciamo capolino nel circuito underground possiamo trovare non poche chicche in merito e sperare ancora in qualche coraggioso cineasta che abbia voglia di creare qualcosa di interessante nel settore.

La questione, però, è una sola: se da un lato, quando ci si può vantare di un’importante libertà produttiva, si ha praticamente carta bianca su tutto, dall’altro, un budget scarso può limitare non poco il lavoro del regista stesso. Questo è accaduto, per esempio, al giovane cineasta Giuseppe Varlotta, autore di Oltre la nebbia – Il mistero di Rainer Merz, suo secondo lungometraggio, nonché produzione italo-svizzera con protagonisti Pippo Delbono e Corinne Cléry.

Perché, pur vantando una storia potenzialmente interessante, in questo suo sentito lavoro tali fattori hanno influito non poco. Ma andiamo per gradi.

Giovanni Andreasi (Delbono) è un detective privato dedito all’alcolismo, dopo che sua moglie lo ha mandato via di casa. Un giorno l’uomo viene contattato da un’affascinante attrice (la Cléry), la quale lo incarica di indagare sull’improvvisa scomparsa di un suo collega. Verranno a galla, a questo punto, una serie di risvolti inquietanti, riguardanti anche pericolosi rituali a cui l’attore stesso era solito prendere parte.

Ed ecco che, con uno script che tende a tirare in ballo tanti (troppi?) elementi tutti in una volta attingendo a piene mani anche dal passato e dall’onirico, una regia piuttosto impacciata e una direzione degli attori che lascia, purtroppo, parecchio a desiderare, questo ultimo lavoro di Varlotta non può dirsi propriamente riuscito. Eppure, dall’altro canto, non si può non riconoscergli un encomiabile coraggio nell’aver voluto finalmente creare qualcosa di nuovo. Basterà, dunque, un po’ più di esperienza nel campo a far sì che, un giorno, possa creare qualcosa di davvero interessante? Solo il tempo potrà dircelo.

 

 

Marina Pavido