Oro Verde – C’era una volta in Colombia: l’origine dei Narcos

In Oro Verde – C’era una volta in Colombia assistiamo ale origini del narcotraffico colombiano attraverso la storia epica di una famiglia indigena Wayuu. Un clan famigliare, con a capo una donna Ursula, che si trova coinvolto nel boom del successo del commercio di marijuana ai giovani americani negli anni Settanta. Quando avidità, passione e onore si scontrano, si scatena una guerra fratricida che mette in gioco le loro vite, la loro cultura e le loro ancestrali tradizioni.

Il titolo potrebbe trarre in inganno, perché Oro Verde – C’era una volta in Colombia sembra quasi quello di una favola, quindi l’obiettivo di questa recensione non è tanto elogiare il lungometraggio diretto da Ciro Guerra e Cristina Callego, bensì cercare di convincere i lettori a cercare la sala dove vederlo, rivolgendoci in particolar modo a tutti coloro che seguono con passione la serie tv Gomorra o che si sono abbonati a Netflix per vedere Narcos.

 Il film in oggetto è un vero e proprio viaggio antropologico nell’origine del narcotraffico, al di là della sua eleganza formale, di una sorta di magia della quale è intrisa la storia, che ci racconta della popolazione indigena dei Wayuu, nella penisola della Guajira a nord della Colombia, al confine con il Venezuela.

Una storia che sembra inizialmente solo raccontarci la spiritualità di un popolo, le sue forti radici unite alla forza matriarcale di un clan, ma che in breve arriva a svelare l’origine del commercio della droga, a partire dalla vendita della marijuana e dei drammatici sconvolgimenti che porterà all’interno della popolazione.

Rapajet è il giovane protagonista, un Wayuu cresciuto da un altro clan, quello degli Alijunas, che deve sposare la bella Zaida (Natalia Reyes) per rafforzare i legami della cosca. Ma, in breve, il commercio del caffè delle famiglie si trasforma nel ben più redditizio commercio dell’Oro Verde, la marijuana, con la vendita agli americani alla fine degli anni Sessanta della sostanza stupefacente, che poi diventa nei decenni successivi diffusione di  sostanze ben più pericolose e mortali come eroina e cocaina.

Oro Verde – C’era una volta in Colombia inscena lo scontro delle due famiglie, che in breve distruggono i valori del loro mondo per avidità, per il necessario bisogno di beni superflui. Uno scontro mortale fatto di morte e vendette.

Se amate Gomorra non potrete non riconoscere nella figura matriarcale di Ursula (Carmina Martinez) una similitudine con la Imma Savastano che dirige il suo clan; e, al tempo stesso, la storia, che si basa su avvenimenti reali, ci conduce all’origine di quello che ormai si perde nelle leggende del paese sudamericano, da sempre legato nel nostro immaginario al traffico della droga.

Già noti per L’abbraccio del serpente, diretto da Ciro Guerra (candidato agli oscar nella cinquina dei film stranieri nel 2016), i due autori, in perfetto equilibrio, ci portano dentro un’operazione su cui Guerra osserva: “Per me è un film noir, un gangster movie. Ha anche qualcosa del western, della tragedia greca e dello stile dei racconti di Gabriel Garcia Marquez. In un certo senso, i film di genere sono diventati gli archetipi leggendari della nostra era“.

E questo, senza spingersi oltre nel raccontarvi la storia, è forse uno dei motivi per cui dobbiate visionare Oro Verde – C’era una volta in Colombia (soprattutto se siete appassionati della storia del traffico della droga cinematografica).

Oro Verde - C'era una volta in Colombia

Raramente possiamo definire un film di genere e, al tempo stesso, d’autore, un’accezione spesso malvista da chi si nutre di pellicole trasudanti effetti speciali e poi, nella tranquillità casalinga, cerca di ricreare tutto nella sua mente fumandosi della marijuana, ormai in parte legalizzata da recenti leggi nella forma più leggera.

In questo film gli “amanti” dell’Oro Verde scopriranno non solo l’origine del traffico, ma resteranno colpiti  dalla saga familiare, che ci ricorda anche Il padrino nelle frasi dove si sottolinea che solo la famiglia con i suoi legami più stretti conta.

Con i violentissimi scontri fatti di vendette incrociate, un film accolto in modo caloroso a cannes 2018, ma che rischia paradossalmente di allontanare il grande pubblico, che sospetta si tratti del classico film d’autore. Invece ci troviamo di fronte ad un validissimo prodotto di genere che nulla ha da invidiare ad altri d’azione in cui il traffico della droga fa da sfondo alle storie dei protagonisti.

 

 

Roberto Leofrigio