Wim Wenders a Roma per il suo Papa Francesco – Un uomo di parola: “Il Papa che mi ha scritto il finale del film”

Papa Francesco – Un uomo di parola è il documentario che il regista Wim Wenders  ha realizzato su Bergoglio. Non un film di sua scelta, ma scelto proprio dal Vaticano.

Papa Francesco – Un uomo di parola sarà in sala dal 4 al 7 ottobre in uscita speciale per Universal, con un numero molto importante di schermi.

Contattato da monsignor Dario Edoardo Viganò, l’ex prefetto delle comunicazione al Vaticano, con una lettera nel lontano 2013, dove si gli si chiedeva se fosse interessato a realizzare un film documentario sul pontefice che era stato da poco eletto, Wenders ha quindi sfornato l’ennesima opera che va ad aggiungersi ai suoi ritratti di personaggi, come già fatto per il fotografo Salgado ne Il sale della Terra e per la coreografa Pina Bausch in Pina.

Approdato a Roma, il cineasta ha raccontato alla stampa la storia molto particolare di questo film: “Non conoscevo il suo nome, ma monsignor Viganò mi sono reso conto che aveva studiato e aveva scritto dei libri sul cinema e sapeva bene quello che faceva. Mi ha scritto, abbiamo discusso sul progetto, ma, sinceramente, l’idea di fare un film sul Papa era ancora molto vaga. Non avevamo idee precise, mi ha chiesto di  scriverlo, dirigerlo e produrlo; gli ho risposto sì, ma doveva essere una produzione indipendente, non vaticana. Dario Viganò non aveva in mente un film del genere, ma un film come tutti gli altri che avevo realizzato prima“.

Il regista tedesco ha impiegato ben quattro anni per realizzare il lungometraggio e, curiosamente, ammette in conferenza: “Sono stato cresciuto come cattolico e, a sedici anni, ho pensato davvero di entrare in seminario. Da giovane immagini diverse professioni, medico come mio padre, insegnante oppure prete, poi sono arrivati i film e il rock ‘n’ roll,  il 1968. A ventireé anni ho abbandonato la Chiesa e ci sono tornato solo dopo altri venti anni, diventando protestante, anzi, cristiano ecumenico per la precisione”.

E aggiunge: “Volevo fosse chiaro che avessero assunto un protestante o, meglio, un cristiano ecumenico che è quello che io mi considero. Ho molti amici nella chiesa cattolica, specialmente francescani e gesuiti. Ho amici ebrei, protestanti, buddisti, musulmani. Hanno assunto un regista che è stato cresciuto cattolico, qualcosa di cui non puoi liberarti (dice sorridendo). Hanno assunto un uomo  colpito dalla persona del  vescovo di Roma sin dalla scelta del suo nome: Francesco. Ero come voi davanti alla tv ed è stata la prima cosa che mi ha colpito, prima ancora di vederlo: chiamarsi così nel XXI secolo era un atto di coraggio, era pronto ad attaccare alcune delle problematiche del nostro tempo: l’ambiente, l’apertura nei confronti delle altre religioni e la povertà”.

Il film è costruito su quattro solide interviste con il pontefice e inframmezzato da tanti spezzoni e materiale d’archivio che il CTV ha concesso al regista aprendo totalmente i suoi archivi.

Wenders racconta anche del suo primo incontro avvenuto nel 2016 con Papa Francesco: “Mi ha colpito ancora di più incontrarlo di persona. Se guardi qualcuno negli occhi, non c’è un’altra impressione che dovresti avere, ed è per questo che ho girato il film in modo da permettere a tutti di guardarlo negli occhi. Lui parla a tutti, faccia a faccia. Sapevo che questo Papa sarebbe andato incontro a molte resistenze, ma non sono stato assunto dal Vaticano per realizzare questo film, ho parlato di esso soltanto a due persone del Vaticano: Viganò e Stefano D’Agostini del CTV. Il film è rimasto sempre una produzione indipendente. Ora, dopo averlo realizzato, sono ancora più cosciente della resistenza contro Papa Francesco. Il fatto che abbia richiesto tolleranza zero nel tema pedofilia gli sta portando molti problemi. Penso che abbia ereditato un problema mostruoso, chi è contro di lui è un conservatore della Chiesa perché lui va troppo oltre la sua idea di trasparenza e tolleranza zero ed è troppo aperto alle altre religioni. Penso sia il Papa perfetto per il XXI secolo, ma non tutti  se ne rendono conto.

L’enorme libertà per realizzare il film ha permesso al buon Wim di lavorare come voleva, ma, come per tanti altri suoi film con protagonisti grandi personaggi, confessa che girare su un vecchio musicista all’Avana o una coreografa tedesca era stato molto più semplice:”Per questo ammetto di aver passato molte notti insonni, mi sono reso conto che la responsabilità era davvero enorme, molto diversa da tutti i miei film precedenti”.

Dichiara anche che uno dei passaggi fondamentali del suo film è stato quando nella sua ricerca di archivio si è imbattuto in un scena in cui il pontefice chiedeva a dei giovani genitori se perdevano tempo giocando con i loro figli: “Quando ho visto questa scena, ho pensato che questo è la definizione di civilizzazione in pillole: abbiamo perso tante cose, i genitori non perdono tempo con i figli. In un momento dove tutti parlano di forza come i nostri politici, questo uomo ci parla della tenerezza. Quest’uomo è l’unica voce che ha una moralità in questo pianeta. Ho capito che dovevo rendere giustizia a un uomo coraggioso che si è chiamato Francesco”.

La suggestione di San Francesco d’Assisi, poi, lo ha spinto a girare dentro il suo film un microfilm girato con una cinepresa degli anni venti e con protagonista Ignazio Oliva nei panni del santo: “Non avevamo molti soldi e, quindi, con due frati, il bravo Ignazio e questa cinepresa che fa sembrare tutto vecchio, ho realizzato queste scene”.

Quasi un modo di rimanere fedele alla missione del Pontefice votato alla povertà, e aggiunge: “Volevo essere contemporaneo e sottolineare l’importanza di chiamarsi Francesco nel XXI secolo, e volevo farlo per una generazione che non è stata cresciuta cattolica  in modo molto economico”.

Abbiamo chiesto direttamente al regista, come  testimone del XX e del XXI secolo, se crede che il messaggio di Francesco possa veramente cambiare il mondo: “Siamo in un momento decisivo, si può sbagliare o assistere a una svolta. La forza di Francesco sta nel suo ottimismo, anche io sono un’ottimista e, guardandolo, ho visto che era pieno di energia positiva. Spero che possa arrivare a tutti, ci sono molti capitani che hanno abbandonato la nave, ma Francesco non l’ha fatto: parla di responsabilità non solo per la Chiesa, ma a tutti gli uomini di buona volontà”.

Poi conclude l’incontro aprendo degli squarci di divertimento, che il Santo Padre spesso regala ai fedeli “L’ho conosciuto cinque minuti prima della nostra intervista, mi ha detto che sapeva chi fossi ma che non aveva mai visto un mio film, e io mi sono sentito sollevato, potevamo iniziare da zero. Penso di conoscerlo dopo otto ore di interviste. Non credo che abbia visto il film, ma io stesso non vedrei un film su di me. Infine, devo ammettere che, dopo le tre interviste, mi ero reso conto che non avevo un finale. Parliamo di un film, avevo bisogno del finale, allora ho chiesto una quarta intervista. Ho esposto anche il motivo di questa richiesta e il Papa  mi ha risposto: ci penso io. Cosi’ durante quest’ultima intervista. Ad un certo punto ha cambiato argomento ed è entrato nel finale con umorismo, salutando anche con la mano. Il finale perfetto”.

 

 

Roberto Leofrigio