Parigi, 13Arr.: l’agone romantico di Audiard

Agli occhi degli spettatori e dei critici che veleggiano sulla mera superficie delle cose per un regista come Jacques Audiard, autore di un prison movie in apparenza puro ma duro, Il profeta, girare un film romantico equivale in un certo senso a perdere colpi. Se non la virilità in senso metaforico.

Il precariato in campo lavorativo è una tegola in testa che può far male alla stregua d’una condanna a morte metaforica. La conoscenza intima della materia trattata in ogni film che Audiard ha girato, da Il profeta a Un sapore di ruggine e ossa, da Dheepan al western nemmeno tanto sui generis I fratelli Sisters, passa attraverso soluzioni tecniche ed espressive degne di nota.

Adesso è il turno di Parigi, 13Arr. ed ergo in superficie della riflessione in merito al sesso senza amore, nonché sul controcampo carico di senso, e sotto sotto dell’assoluta virtù, sia pure ormai nota a tutti o quasi (gli insensibili si moltiplicano sulla terra ogni minuto che passa) di riverberare l’altalena di palpiti ed emozioni forti in perenne contrasto tra loro. Il titolo del film va al sodo. Rivela la polpa. L’essenza. Quello che conta di più. Audiard per la maggior parte del film mette in rilievo ciò che conta di meno. Perché? Per comprenderne le ragioni bisogna andare in profondità. Audiard non ha vissuto l’esperienza della prigione come il protagonista de Il profeta, ma conosce sulla propria pelle l’esperienza riscontrabile in ogni romanzo di formazione: è passato dall’immaturità alla maturità; non conosce a fondo il mondo dei buttafuori né quello della lotta clandestina che punta ad alzare soldi in nero e ad arrotondare, ma sa cosa vuol dire voler bene a una donna con le ossa a pezzi ed essere disposti a tutto per starle accanto; non frequenta ogni giorno gli extracomunitari dai modi gentili con una guerra alle spalle, ma sa che gli individui esplosivi nascondano gli scatti felini nella compitezza; non è pratico di rodei e praterie selvagge, ma ha una percezione precisa ed esaustiva sia delle emozioni primitive sia del mostro che alberga in qualsivoglia creatura di Dio ingentilita dal significato della fratellanza. Con Parigi, 13Arr. Audiard tratta una materia, per così dire, che conosce fuor di metafora: la libidine che fa a cazzotti con l’amore.

Il romanticismo non significa trattare gli spasimi post-adolescenziali di un pusillanime che cerca nel riscontro datogli dalla dolce metà il coraggio negato secondo lui dalla natura imbelle. Il succo del romanticismo risiede nell’egemonia dello spirito sulla materia. Un’egemonia che ha animato ogni film girato da Audiard. Il quale adesso, anziché, andare oltre le tendenze di punta, ed esprimere un punto di vista personale sulla materia trattata, mena il can per l’aia. Evidentemente Audiard è così romantico che quando vagheggia e idealizza la materia trattata coglie nel segno. In caso contrario fa un buco nell’acqua. Ed è quello che è successo nella prima parte di Parigi, 13Arr.: il lavoro d’ufficio che svilisce le donne laureate, la convivenza nello stesso appartamento che innesca la libidine, conferma che in amore vince chi fugge, anche restando dove si trova, il concetto di figo, di sfigata, la solitudine che attanaglia gli individui in metropolitana pagano dazio al déjà-vu. Inutile tirare in ballo il pretesto della trasmissione di pensiero. Una scusa, tirata in ballo a ogni piè sospinto dai registi eletti ad autori a corto però d’estro e sincerità, che tra l’altro c’entra poco o niente con il cinema di pensiero. Audiard in fase di sceneggiatura scimmiotta sempre il cinema di pensiero. Il che vuol dire che certi pensieri attinti ad autori con la “a” maiuscola non sono suoi. In itinere, ovvero una volta dietro la macchina da presa, Audiard riesce ad abbinare i nobili pensieri altrui insieme ai propri. Grezzi ma efficaci lo stesso.

Questa volta anche dietro la macchina da presa l’impasse di attingere al carattere d’ingegno creativo altrui dilaga: gli echi di Ultimo tango a Parigi ed Ecco l’impero dei sensi tralignano la gelatina chic in polpa kitch. Ed è l’anima grezza di Audiard che cerca invano la raffinatezza a trovare un appiglio nella fotografia in bianco e nero. Bella che non balla a dispetto di alcuni tagli di luce in grado comunque di riempire l’occhio. A scaldare il cuore provvede la seconda parte. La struttura narrativa dell’opera a mosaico non sembra votata al successo. Né di critica né di cassetta. I valori figurativi dell’ambiziosa fotografia fanno tendenza senza conferire al prosieguo del racconto la marcia in più sul versante formale delle opere di particolare pregio culturale. L’adattamento della della graphic novel Killing and Dying di Adrian Tomine contempla quattro esistenze di autore. È Audiard l’autore giusto per il colpo d’ala per sopperire al tallone d’Achille del già visto? Quando l’illusione dell’avventura affronta cose trite e ritrite dentro quattro mura lo status d’autorialità di Audiard è una chimera. Quando nella seconda parte una brava ragazza viene scambiata per una ragazza che fa film hard su YouTube l’aura contemplativa tediosa da morire cede il passo alla molla dell’azione. Non vuol dire che un film copione divenga un film intrepido. Bensì che al posto del carattere d’ingegno creativo prende piede il carattere d’autenticità: Audiard è un regista sensibile scambiato per un autore duro ma puro che non deve chiedere mai più adatto allo spot di un dopobarba che a una recensione. La schiettezza della seconda parte non salva Parigi, 13Ar.: il quartiere del titolo, a differenza del ben più riuscito Frances Ha nel Nuovo Mondo, resta sullo sfondo. La graphic novel in questo caso ha un’altra marcia. Quella conforme alla forza significante della geografia emozionale.

 

 

Massimiliano Serriello