Parlami di te: quando le parole contano

Le parole, si sa, contano, bisogna pesarci due volte prima di pronunciarle, assumersene la responsabilità quando è il momento di farlo. E vanno pesate, perché possono innescare reazioni a catena e processi irreversibili, oltre a ferire chi le riceve.

Ne sa qualcosa il protagonista di Parlami di te, terza fatica dietro la macchina da presa per Hervé Mimran, che dentro e, soprattutto, fuori dalle mura domestiche di parole ne ha spese davvero tante senza curarsi minimamente delle conseguenze, credendosi invincibile e infallibile. Ma il destino per persone come lui può avere in serbo cattive sorprese, prove dure da superare e cadute rovinose.

Il lungometraggio della cineasta francese ci porta al seguito di Alain Wapler (Fabrice Luchini), rispettato uomo d’affari e brillante oratore che non ha mai concesso alcuno spazio alle distrazioni e alla famiglia perché sempre in corsa contro il tempo. Suo malgrado, però, è giunto il momento di fare i conti con il destino. Un giorno, infatti, viene colpito da un ictus che interrompe la sua corsa e gli lascia come conseguenza una grave difficoltà nell’espressione verbale e una perdita della memoria. La sua rieducazione è affidata a Jeanne (Leïla Bekhti), giovane logopedista. Con grande impegno e pazienza, Jeanne e Alain impareranno a conoscersi e, alla fine, ciascuno, a modo suo, tenterà di ricostruire se stesso e di concedersi il tempo di vivere, oltre a ricucire i legami con i rispettivi affetti.

Insomma, quella alla quale assistiamo è la classica parabola di redenzione che porta il protagonista di turno a guardarsi tanto indietro quanto allo specchio, abbastanza per aprirsi al mondo e riconquistare quanto di importante lasciato per strada, a cominciare dall’affetto della figlia.

Da questo punto di vista, un film come Parlami di te non è diverso da tante altre operazioni analoghe e, soprattutto, battenti bandiera transalpina.

La cinematografia francese, in particolare quella che fa capo alla commedia, si è dimostrata particolarmente sensibile al tema, tanto che non si contano sulle dita delle mani i film che si sono confrontati, seppur con traiettorie narrative e drammaturgiche diverse, con la materia in questione. Ed ecco una galleria di personaggi che hanno affrontato il medesimo percorso esistenziale ad ostacoli, invertendone drasticamente il senso di marcia.

L’Alain di Parlami di te altro non è che la fotocopia di identikit e caratterizzazioni che abbiamo già incontrato sul grande schermo, codificate e riconducibili ad altro poiché costruite sull’impronta di una one line, di una tipologia di figura e su dinamiche raccontate e mostrate in precedenza.

Viene da dire un profilo disegnato attraverso un tratto di penna praticamente universale, che ci conduce al cospetto del burbero saccente costretto a deporre le armi per combattere la vita al fianco dell’altro di turno. E quel qualcuno, il più delle volte, è agli antipodi. Restando nei confini della commedia francese, lo è stato in titoli come Quasi amici – Intouchables e Quasi nemici – L’importante è avere ragione, e lo è anche qui con lo scontro/incontro tra Jeanne e Alain. La sensazione di déjà-vu è inevitabile.

Ciò toglie originalità al plot e crea un certo grado di prevedibilità al racconto, eppure qualche emozione riesce a trapelare e a raggiungere chi è seduto in sala. E il merito è principalmente di un Fabrice Luchini in versione deluxe, alle prese con un autentico one-man-show dove la recitazione verbale viene prima di quella corporea. In tal senso,  per goderne appieno consigliamo la fruizione in lingua originale supportata dai sottotitoli.

 

 

Francesco Del Grosso