Per Lucio: Pietro Marcello racconta Dalla

Dopo aver amalgamato con Bella e perduta timbri neorealisti ed elaborazione fantastica allo stream of consciousness d’un sensibile Pulcinella deciso a trarre in salvo il cucciolo di bufalo chiamato Scarpianone attraverso l’intensa scoperta della Terra dei fuochi, l’ambizioso regista casertano Pietro Marcello sembra voler arricchire la propria tenuta stilistica.

Nelle sale soltanto il 5, 6 e 7 Luglio 2021, Per Lucio, ultima fatica nell’ambito documentario, alternato al cinema di finzione e di pensiero nel corso della carriera spesa ad abbracciare stilemi spesso agli antipodi tra loro, conferma, da una parte, la padronanza dell’incisiva geografia emozionale, che richiama alla mente certi guizzi pasoliniani in merito allo scandaglio antropologico, ed evidenzia, dall’altra, alcune incongruenze piuttosto curiose.

Al contrario dei ritocchi introdotti dal duttile autore in Martin Eden rispetto al romanzo di Jack London, eleggendo la location campana ad attente narrativo dell’apologo sul senso d’appartenenza con i rimandi storici ai confini del fantasy, la simmetria d’innesti compositivi ed effetti empatici connessi all’omaggio a Lucio Dalla trae linfa dal carattere d’autenticità dei materiali di repertorio come La bocca del lupo. Prova lampante, già dodici anni fa, della tendenza di Pietro Marcello a sopperire alla penuria dell’apporto decisivo degli attori professionisti con lo spezzettamento ad hoc delle immagini. I cui raccordi nel passaggio dai vicoli di Genova, dove l’esule siciliano Enzo vagheggia un liberatorio rifugio bucolico, all’effigie in bianco e nero della città natale del compianto Dalla, Bologna, acquistano la medesima valenza dei segni d’ammicco sul versante recitativo. È, infatti, la pur stimolante serie d’inquadrature connesse ora per analogia ora per antitesi dall’alacre montaggio sulla scorta dell’arcinota critica al progresso, colpevole di falcidiare i valori dell’etnia agreste, a prendere piede, al posto del processo creativo in grado di esibire lo sguardo in profondità dell’appassionato e beffardo cantante bolognese, preferendo i superficiali colpi di gomito agli audaci colpi d’ala dell’ingegno. L’egemonia dell’ironia antiretorica sull’ampolloso commiato funebre, viziato d’infecondi cascami strappalacrime, grazie alla conoscenza intima del fido manager Umberto ‘Tobia’ Righi e dell’amico d’infanzia Stefano Bonaga, che compiono il viaggio nei ricordi in leggerezza mentre stanno seduti nella trattoria da Vito di fronte alle appetitose tagliatelle, ingenera diverse aspettative.  Eluse step by step dall’immodestia di sciogliere l’intricato nodo dei match-cut, con i memorabili hit di Lucio sugli scudi, ed esaltare così la suggestiva e prodigiosa vibrazione poetica nascosta dietro l’obiettività dell’indagine sociale.

L’amore sbocciato nell’età verde per il jazz, che riaffiora nell’intervista televisiva realizzata eccezionalmente dall’interprete dei tempi d’oro Raf Vallone, gli angoli di ripresa altrettanto desueti ed eccentrici, le reminiscenze emerse nella tavola del complice amarcord, l’immancabile tovaglia a quadrettini, la dinamica dell’opportuno campo-controcampo conferiscono lì per lì all’itinerario composto d’intrinsici semitoni e accenti collettivi un efficace surplus sul piano contenutistico. Invece, a lungo andare, la deleteria esaltazione formalistica, ravvisabile nell’inane ricerca di nuove gradazioni per mezzo dei volti, immersi nella solitudine o colti nel rigoglio dell’amor vitae, delle figure di contorno, associa lo studio della microfisionomia alla voce dell’illustre convitato di pietra, sia nei numeri melodiosi sia negli schietti botta e risposta sul filo della mordace irriverenza, tradendo lo sforzo di contrazione. Il tessuto polifonico, appaiato alla scopiazzatura dei dettami ontologici del guru transalpino André Bazin, con la quotidianità riflessa nei frammentari ed edificanti spicchi d’esistenza dei luoghi-chiave della lotta partigiana, dell’orgoglio operaio e dell’incantevole fabbrica dei sogni, in risposta all’incubo degli scontri fratricidi, paga dazio all’impasse di appaiare il monito contro lo sradicamento dalle origini contadine all’estrema omologazione egualitaria. Oltre a soffrire d’incongruenze palesi, compensate qua e là dall’alto mestiere che cerca di solleticare il gusto degli spettatori allergici alle psicologie contorte onorando la linearità d’animo del personaggio-simbolo, l’involuta ottica di Pietro Marcello cade nella vanagloria dell’autocitazione.

Con buona pace dell’impegno profuso per unire la coscienza privata e civile all’eterna verve dei brani musicali, da Mille miglia, congiunta ai guizzanti testacoda, a Il parco della luna, gli intermezzi favolistici in chiave briosa cedono spazio all’invadente mimica di Enzo ne La bocca del lupo. Le mire filosofiche ed epistemologiche finiscono in tal modo per mettere le briglie all’identità culturale sprigionata dal ricorso alla topofilia: al paesaggio sonoro, sostenuto per sommi capi dalla mobilità facciale e dall’alfabeto dei gesti, non corrisponde quello evocativo. Il trattamento troppo frettoloso dei sottili mutamenti d’espressione, che fiancheggiano invano l’ampio gioco fisionomico delle performance d’ogni cast con tutti i crismi, vanifica anche la spassosa puntura di spillo riservata da Lucio Dalla al disinibito Gianni Agnelli. Che perde parecchi colpi nel tradurre in inglese i proverbiali aforismi. L’ammirazione incondizionata per il sodalizio con lo scrittore Roberto Roversi non basta a trasmettere la densità delle parole, l’ebbrezza compositiva, la corrispondenza della sinfonia, lo speculare contrasto dei dislivelli dell’impianto ritmico. Forse la molla dell’ispirazione stimolata dalla sorte dei piccoli annutoli, uccisi perché non producono latte, dalla forza significante della celebre maschera dell’inobliabile commedia dell’arte, dalla familiarità delle zone d’ombra, convertite in cornici toccanti, fatica a scattare quando il diletto d’includere fatue pagine illustrative prevale sul desiderio di trasferire sul grande schermo l’elegia dei motivi d’attualità. Per Lucio, al contrario, fruga nel passato, tenta di ristabilire l’ormai logoro timbro decadentista ed enfatizza, senza mai renderle necessarie, le inquietudini ornamentali.

(Photo credits: Teche Rai)

 

 

Massimiliano Serriello