Pet sematary: ritorno al cimitero vivente di Stephen King

Essendo derivata, come il Cimitero vivente diretto nel 1989 da Mary Lambert, dalle pagine del Pet sematary scritto sei anni prima dal re della paura su carta Stephen King, dobbiamo definire questa versione 2019 una nuova trasposizione del romanzo o un remake di quella riuscita pellicola, alla quale la stessa regista diede anche un mediocre sequel nel 1992?

Probabilmente, entrambi le cose, ma sta di fatto che, autori dell’interessante Starry eyes, allegoria in salsa horror relativa alle molestie sessuali nel mondo dello spettacolo, i nuovi arrivati dietro la macchina da presa Kevin Kölsch e Dennis Widmyer guardano in maniera evidente al prototipo da grande schermo, soprattutto per quanto riguarda la struttura narrativa su cui è impostata la circa ora e quaranta di visione.

Infatti, con Jason Clarke nei panni del Louis Creed che venne interpretato da Dale Midkiff, abbiamo ancora una volta la sua famigliola trasferitasi dalla città ad una casa in campagna; dove non solo, affiancato da moglie e i due figli, fa conoscenza con l’anziano Jud che, a suo tempo incarnato dal Fred Gwynne della serie televisiva I mostri, possiede qui le fattezze di John Lithgow, ma viene a sapere che nelle vicinanze si trova un sinistro cimitero per animali.  E, proprio come nel modello di partenza, il tutto viene costruito su una lunga e lenta attesa pre-massacro. Allora, in cosa differisce questo rifacimento di Kölsch e Widmyer rispetto al film della Lambert?

Innanzitutto, abbiamo la fugace e misteriosa presenza di bambini mascherati che se ne vanno in giro, assenti nel capostipite, poi, una volta tornato in vita il gatto domestico che il protagonista va a seppellire nel cimitero in questione, a finire sotto il camion per tornare come zombi non è il piccolo Gage cui concesse allora magnificamente anima e corpo Miko Hughes, bensì la sorellina maggiore Ellie alias Jeté Laurence.

Ma, se da un lato la sequenza dell’incidente appare molto meno tesa nel confronto con quella del 1989, dall’altro, in generale, qui manca totalmente l’efficace crescendo di tensione lì costruito nella prima parte sfruttando in maniera sapiente anche il montaggio, tanto che la noia non tarda a farsi viva.

Per non parlare del fatto che quella che fu la lugubre atmosfera dovuta alla non accettazione del lutto risulta in questo caso fin troppo artificiosa, complice oltretutto la riduzione delle inquietanti apparizioni spettrali del defunto Victor – in questa rivisitazione curiosamente trasformato in un ragazzo di colore – ad una manciata di irrilevanti inquadrature.

Come inquietante era sotto la regia della Lambert l’orchestrazione degli omicidi da parte del piccolo Gage, qui resa, invece, quasi involontariamente ridicola e incapace di cogliere di sorpresa lo spettatore; il quale, una volta capito il semplice gioco da parte della sceneggiatura di cercare l’originalità nello stravolgere i momenti cardine di Cimitero vivente, può facilmente intuire qualsiasi cosa stia per accadere.

Il Cimitero vivente che, accompagnato nei titoli di coda dalla mitica Pet sematary dei Ramones, anticipando gli anni Novanta si rivelò non poco avanti coi tempi nel distaccarsi coraggiosamente dalle contemporanee produzioni dell’orrore dell’epoca, basate sul facile e veloce intrattenimento slasher da effettistica sanguinolenta… tanto quanto risulta decisamente vecchia e difficilmente capace di rinnovarsi la Settima arte del terrore d’inizio XXI secolo, il cui colpo di grazia è qui, inoltre, un epilogo dal sapore quasi trash.

 

 

Francesco Lomuscio