Piazza Vittorio: il quartiere Esquilino di Roma secondo Abel Ferrara

All’interno dell’inquadratura si definisce un disperato proveniente da un’altra nazione e che sta cercando di sopravvivere qui, nella nostra terra.

Ma non si tratta di uno straniero qualsiasi, bensì del cineasta newyorkese Abel Ferrara, il quale, da diverso tempo residente nel quartiere romano dell’Esquilino, usufruendo unicamente di un telefono cellulare ne racconta la realtà multietnica tramite il documentario Piazza Vittorio.

L’Abel Ferrara scambiato per un giornalista da un giovane nigeriano che, intervistato, dichiara che in Nigeria si vive decisamente peggio rispetto all’Italia, sebbene in quest’ultima gli immigrati siano spesso costretti a condizioni disperate, nel degrado e privi di occupazione professionale.

Un dolce-amaro confronto verbale che va ad arricchire la circa ora e un quarto di visione in cui, tra africani, bosniaci, afghani e commercianti cinesi interpellati, da un lato abbiamo italiani indignati nei confronti dell’immigrazione e pessimisti per quanto riguarda il futuro del paese, dall’altro chi rivela di essersi perfettamente integrato addirittura dagli anni Ottanta.

Perché è di contrasti che vive l’operazione messa in piedi dall’autore de L’angelo della vendetta e Il cattivo tenente; man mano che a prendere la parola è anche il tre volte candidato al premio Oscar Willem Dafoe, diretto da lui, tra l’altro, in New Rose Hotel e Pasolini, nonché abitante anch’egli, da anni, nella zona.

Il Dafoe che spiega come gli italiani siano contesi tra la rigidità delle loro tradizioni e la generosità nei confronti di coloro che provengono da fuori, essendo stati essi stessi, da sempre, emigranti in cerca di opportunità al di là dei confini del bel paese.

Mentre, se il timore di essere derubati o di avere a che fare con ubriachi e potenziali assassini provenienti da fuori emerge dalle parole di una pensionata, Matteo Garrone – regista di Gomorra e Dogman – ricorda i tempi in cui girò nella piazza il suo Estate romana ed espone un sistema che specula sul fenomeno dell’immigrazione rendendoci, allo stesso tempo, vittime.

La piazza di cui, grazie anche ai contributi filmati dell’archivio Luce, è possibile paragonare i vecchi tempi dell’apertura del popolarissimo mercato ai giorni odierni, in mezzo a sensazione di sporcizia e abbandono; senza contare il rischio continuo dell’esplosione di una guerra tra poveri, ovvero ciò che gli attivisti del movimento di destra di Casapound dichiarano di cercare di evitare attraverso il proprio pensiero.

Perché, trasudante la nostalgia di una Roma bellissima e che, a inizio terzo millennio, non sembra esistere più, Piazza Vittorio appare in qualità di godibile e sincero ritratto ricco di umanità e non politicamente schierato che, con i contrasti di cui sopra perfettamente bilanciati, soltanto un uomo di cinema abile nel descrivere il marcio metropolitano (vi dicono nulla i suoi The driller killer e King of New York?) poteva concretizzare.

E, nella colonna sonora insieme alla countreggiante Do Re Mi di Woody Guthrie, la Chitarra romana di Claudio Villa posta a commento delle immagini di individui che dormono o bivaccano sui marciapiedi aggiunge il necessario tocco di poesia in più.

 

 

Francesco Lomuscio