Assurto a buon diritto ad autore tout court, in virtù dell’indubbio acume di appaiare rigore ed emozione sul versante del carattere d’autenticità rintracciabile nell’approccio semi-documentaristico – condizionato dal controcampo sentimentale – insieme al carattere d’ingegno creativo dispiegato dalla capacità di far ridere amaramente e di far riflettere ironicamente tipica della commedia all’italiana, l’esperto regista torinese Guido Chiesa cerca nel dramedy malincomico Piccolo miracolo di sottoporre all’indispensabile rodaggio le corde giuste per tirar fuori dal cilindro una storia mutevole ma vitale. Il nodo della questione, ai fini d’una disamina critica in grado di distinguere l’effettiva efficacia dell’azzardato sincretismo stilistico ed espressivo dalle sabbie mobili delle buone intenzioni destinate a tralignare in aria fritta, consiste inequivocabilmente nella scrittura per immagini.

Vale a dire in quei movimenti di macchina dalla forte connotazione narrativa ed evocativa. Sanciti nell’apologo sulla controcultura della ribellione giovanile Lavorare con lentezza dal frequente ricorso alla camera a mano per rendere appieno l’inquietudine dell’altalena degli stati d’animo. Nell’incipit di Piccolo miracolo balza agli occhi la forza significante sotto l’aspetto premonitore dell’inusitata carrellata da destra a sinistra. Che, nel veicolare subito l’attenzione in mezzo alle disagevoli aree urbane situate nella periferia sud-est della Città Eterna, divenuta agli occhi dell’autore sabaudo terra di scoperta conforme a quella cruciale sul piano dello sviluppo narrativo dell’alterità, ovvero l’acquisizione di consapevolezza in merito a una realtà diversa dalla propria, imboccata da Tiburtino III ad Anagnina, da Colli Aniene sino ad arrivare a Torre Maura, preannuncia, tramite la direzione opposta allo standard della macchina da presa, l’irrompere di qualcosa che esula dall’ordinario.

Nondimeno immediatamente dopo il colpo d’ala dell’estro genuino cede mestamente la ribalta ai vani colpi di gomito dei richiami citazionistici concernenti le scene d’apertura di Una poltrona per due e Philadelphia con l’iconico skylne dell’omonima città dell’amore fraterno. Suggellato dall’interazione tra habitat ed esseri umani a braccetto sia dei quartieri popolari – da South Philly a Port Richmond – sia delle zone residenziali. La festa susseguente nella lussuosa Villa Lancia nella parte chic di Guidonia e le sequenze a seguire degli arroganti colletti bianchi dislocati ai Parioli, deliberatamente soggetta al lavoro di sottrazione d’ascendenza bressoniana per accrescerne pure solo nominandola l’impressione d’improntitudine inesausta dovuta alla zona elitaria per antonomasia, pagano così inevitabilmente dazio alla deleteria pigrizia delle idee attinte all’altrui talento. Spostando in tal modo l’attenzione degli spettatori scaltriti dal mix di analisi sociale e geografia emozionale congiunto al riconoscimento di “un altro” da sé ai velleitari segni d’ammicco uniti ai plagi camuffati da sentiti omaggi. Tuttavia, a beneficio tanto delle platee dai gusti semplici quanto del pubblico avvezzo a mantenere il distacco ritenuto idoneo a giudicare cum grano salis la qualità della contrapposizione cara a Guido Chiesa sin dagli esordi in cabina di regia, l’individuazione di “un altro” da sé in linea con gli stilemi dell’apposita ed emblematica scoperta dell’alterità viene ugualmente a galla. Sulla scorta della contrapposizione speculare ed elegiaca tra la cecità fisica di Ursula, l’unica inquilina del quartiere di borgata che si oppone allo sfratto imposto dal cinico palazzinaro capitolino Glauco Lancia, e la cecità morale del rampollo dell’autocrate nababbo col pelo sullo stomaco, Davide, caduto nella tentazione di fingersi operaio pur di avvicinare Ursula tramando nell’oscurità uno stratagemma per farla cadere ai suoi piedi.

Mentre il senso di comunità, che nell’hinterland autoctono sopperisce al degrado rapportato alle cassette postali a pezzi nella palazzina coi giorni contati e all’incuria esacerbata da certe strade dissestate, risulta sprovvisto della precisione d’accenti ad appannaggio di guru d’oltreoceano come Spike Lee capaci sul serio di eleggere dietro la macchina da presa la cosiddetta università della strada a fulgida protagonista delle vicende di emarginazione ed emancipazione, travalicando dunque i limiti dei pesanti mélo caritatevoli e degli alleggerimenti faceti banalmente farseschi, la freschezza d’invenzione di Guido Chiesa prende in ogni caso piede, secondo copione, trovando il giusto equilibrio per ricavare linfa dagli inconfondibili cavalli di battaglia. Dalle lacerazioni emotive dovute agli schiaffi del destino al confronto-scontro tra personaggi diametralmente differenti dapprincipio. Dalla crudezza oggettiva alla sensibilità soggettiva. Dal massimalismo legato all’intima razionalizzazione dell’assurdo, tipo restituire la vista alle persone cieche, alle micro-strutture del racconto affidate a figure di fianco che lasciano il segno mantenendo i piedi ben piantati per terra. La coppia in ballo, interpretata da Marco D’Amore, nel ruolo dell’ennesimo figlio di papà in odore di riscatto, privilegiando la declamazione al gioco fisionomico, e da Greta Scarano, intenta nei panni di Ursula ad anteporre l’attitudine a parlare con lo sguardo, lungi dal brancolare nel buio per merito dell’udito, planando gli arcinoti metri sopra il cielo lascia tracce più attinenti al bozzettismo alla Harmony ché agli esami comportamentistici dei libri dolceamari carichi di significati non scontati.

Sono in ultima analisi i suoni diegetici, ora spaventevoli giacché provenienti dalla dolorosa demolizione dell’edificio, ora catartici, poiché correlati alla tenera inversione di tendenza conclusiva, ad alzare il tiro a Piccolo miracolo. Nonché ad amalgamare a mestiere cinema e poesia. Decisamente meglio della ridondante voce fuori campo che agisce da soundtrack in zona Cesarini riqualificando i gradini della palazzina salvatasi dalla demolizione con la citazione della poesia di Eugenio Montale tratta dalla raccolta Satura dedicata alla moglie soprannominata “Mosca” per l’invalidante miopia. A impreziosire i riti casalinghi e “stradaroli” coniugati al confronto, sennò programmatico nelle battute conclusive, tra due tipi di cecità agli antipodi provvede l’arguto ricorso alla correzione di fuoco. Per vederci chiaro nella piega degli eventi minimalisti di Piccolo miracolo. In antitesi ai barbosi massimi sistemi. Il cui antidoto per eccellenza risiede nel giusto ritmo impresso agli aforismi perentori, alla medesima stregua delle grasse risate al vetriolo, dal formidabile Giorgio Colangeli, nelle vesti del riccone beffato dai vincoli di sangue sulla via di Damasco, e, soprattutto, nella spontaneità di tratto della bravissima Francesca Antonelli. Fedele, nell’aderire alla fragranza della sincerità dell’amica per la pelle di Ursula con la battuta di spirito perennemente in canna allo scopo di agire da faro nell’indeterminatezza dei sentimenti che attanagliano la non vedente intelligente, alla sagacia di annullare le distanze. Formuliamo l’augurio di rivedere presto interpreti di tale levatura, dalla vena brillante ed empatica, in altre micro-storie sui sempiterni cuori che “mozzicano”. Regolati dai maiuscoli controcanti mordaci che avvicinano i poli opposti. Parioli e sud-est de “noartri” compresi.

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