Due donne in un quartiere degradato di notte

I palazzi sono scatole impilate male, con le finestre simili a occhi stanchi che non guardano più nulla. L’aria sa di piscio vecchio e fritto freddo. Sempre la stessa miscela. I giardini, quelli che sulla carta dovevano essere per i bambini, sono diventati piazze di scambio. Le panchine sono occupate da corpi che non aspettano niente, mani sempre in tasca, sguardi bassi ma pronti a scattare. Non parlano molto. Non serve. Qui la lingua è fatta di cenni e silenzi sporchi.

Per terra resta tutto il resto: cartacce, bicchieri, involucri strappati come pelle morta. La plastica non muore, si accumula. Come noi. Ogni tanto trovi qualcosa di peggio. Palline lucide, piccole, innocenti come caramelle. Le guardi e pensi a chi le ha perse, oppure lasciate apposta. A chi le troverà. A chi non tornerà a casa: un cane, un bambino, uno qualsiasi che abbia avuto la brillante idea di fidarsi di un giardino.

Qui nessuno ha più rabbia vera. La rabbia richiede energia. C’è solo una stanchezza cattiva che non esplode, si deposita. Una polvere nera che entra nei polmoni e ti fa diventare parte del paesaggio. Io ci vivo dentro. Non mi ribello, non scappo. Tengo gli occhi aperti e cammino dritto, come se questo posto non potesse ingoiarmi anche oggi. Ma lo so che può. Lo fa tutti i giorni.

Ieri sera l’ho visto succedere. Non in un film, non in un servizio al telegiornale raccontato da una voce calma. Dal vivo. Due stronzi addosso a una donna. Lei non urlava forte. Era piegata su se stessa, come fanno gli animali quando capiscono che l’aria sta per diventare un colpo. Mi sono avvicinata senza pensarci. Non per coraggio. Per nausea.

Uno dei due si è girato. Mi ha squadrata come si guarda un oggetto rotto e mi ha sputato addosso parole in un italiano storto, marcio:

«Tu donna, vuoi anche tu mio cazzo nero?»

È stato allora che qualcosa ha fatto crack. La rabbia sguaiata e viscerale è salita dallo stomaco senza chiedere il permesso. Gli ho vomitato addosso tutti gli insulti che conoscevo, anche quelli che non sapevo di conoscere. Poi ho chiamato la polizia. Mi tremavano le mani, ma la voce no. Quella era fredda, stranamente lucida, come quando decidi che non tornerai indietro.

Sono arrivati subito. Troppo subito per essere un miracolo. I due stronzi hanno reagito come bestie colpite male: calci, pugni, sputi contro le divise, contro tutto. Una scarica elettrica. Poi un’altra. Niente. Sembravano fatti di rabbia compressa e nient’altro, bastardi che non crollavano nemmeno quando il corpo avrebbe dovuto ricordarsi di essere carne. Sono servite altre scariche, più forti. Questa volta sono caduti, pesanti e ridicoli, come sacchi lasciati accanto alla spazzatura.

Mi sono voltata verso la ragazza. Tremava, rannicchiata, con le mani sul volto e il respiro spezzato in pezzi piccoli. Quel «grazie» era un tic, non una parola.

«Grazie. Grazie. Grazie.»

Un suono rotto che entrava sottopelle. Ero intervenuta, ero rimasta lì. Eppure mi sentivo una cosa ridicola, una comparsa. Le ho dato la mia giacca. Blu, pesante, con l’odore di fumo. La odiavo. Lei l’ha presa senza guardarmi negli occhi. Non voleva vedere la mia faccia, voleva soltanto che la luce si spegnesse. Mentre se la infilava, ho visto per un istante il livido. Non rosso. Viola scuro, già vecchio. Come se fosse successo molte volte prima, come se quello fosse diventato il suo colore normale.

«Non sono di qui», ha detto.

Poi è scoppiata a piangere, con la giacca che le arrivava alle ginocchia. Non il pianto silenzioso di prima. Questo faceva rumore, un rumore che non riuscivo a sopportare.

Stai zitta, ho pensato. Torna al silenzio.

Volevo davvero che smettesse. Il rumore attira la merda.

Mentre lei piangeva, io guardavo i due bastardi stesi a terra, con la bava che colava dalla bocca. Mi sono chiesta, sul serio, se non sarebbe stato più onesto lasciarli lì a morire di freddo e di rabbia. Gli agenti avevano finito. Li stavano caricando. La polizia pulisce, non risolve.

Sono tornata a casa senza la giacca blu. Era rimasta con lei. Un errore. L’unico oggetto pulito che possedevo e l’avevo dato via. Qui la pulizia è un errore. In bagno ho aperto l’acqua per lavarmi il vomito che avevo soltanto inghiottito, lo sguardo di quel tipo e la sua voce.

Tu donna, vuoi anche tu mio cazzo nero?

Non è andata via. La frase è rimasta insieme all’odore di piscio vecchio, fritto freddo e ozono. Una scheggia dentro la carne. Non per paura. Per desiderio. Non un desiderio vero, ma quello di vedere tutto diventare sbagliato, di cancellare l’ultimo confine.

Ho provato a dormire. Ho pensato a quanto doveva fare male quel livido.

E se, un giorno, fossi io a volerlo?

Qui non si scappa. Si sprofonda.

© 2026 Emanuela Ferrara

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Di Emanuela Ferrara

Emanuela Ferrara è una scrittrice horror torinese. Ha pubblicato Cronache Oscure e Il rumore sotto Berlino. Sul canale YouTube Echi Notturni conduce La Cripta degli Emergenti, uno spazio dedicato ad autori, registi e nuove voci del panorama indipendente. Per Mondospettacolo scrive di letteratura, cinema di genere, festival e cultura horror, con particolare attenzione alle realtà emergenti.

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