Ploi: il pulcino animato di Árni Ásgeirsson

Anche se sprovvisto dell’estro speso dalla prodiga regista irlandese Nora Twomey per convertire i motivi figurativi in incentivi introspettivi nel pregevole film d’animazione I racconti di Parvana – The Breadwinner, il cartoon movie Ploi lascia ugualmente molto soddisfatti.

L’apparente semplicità, rispetto all’alto profilo artistico conferito ai già forbiti disegni di Reza Riahi e Ciaran Duffy, che colgono negli evocativi colori cinerei l’ineluttabilità del grigiore quotidiano affiancato ai fulgidi aneliti di speranza persino nell’Afghanistan messo in ginocchio dal fanatismo dei talebani, può trarre in inganno solo chi si ferma in superficie.

Con buona pace degli assidui snob, intenti a storcere il naso dinanzi all’immediatezza espressiva preferita ai rompicapi viziati d’intellettualismo, Árni Ásgeirsson conquista l’elezione ad Autore con la “a” maiuscola dirigendo un’opera in grado di assorbire le qualità tecniche dei capiscuola.

Lo stupore poetico congiunto alle traversie dell’intimorito pulcino di piviere del titolo provoca la partecipazione emotiva tanto dei piccini quanto degli adulti, sedotti dalla fulgida finestra sul mondo degli uccelli migratori aperta tramite gli accostamenti panteisti che creano profondi effetti empatici.

La qualità cromatica, benché degna di lode in relazione alla resa visiva del colore blu ornato sul cielo e all’ampia gamma d’intense nuance riposte nell’effigie degli altri animali decisi ad anteporre il riparo a Paradise Valley all’audacia dei propri simili, duri nella lotta ma leali nell’animo, resta al servizio degli stilemi d’ogni precipuo romanzo di formazione.

I coefficienti spettacolari dei solenni campi lunghi, degli spediti carrelli in avanti e di qualche bel primo piano dalle dinamiche plastiche, però, piuttosto scontate, si vanno ad amalgamare al contenuto contingente dell’attento copione.

Il principio di rispondenza al vero conta, a questo punto, assai poco in confronto all’assoluto amor di cinema emanato dalla decisa maturazione del protagonista sulla medesima falsariga dell’inobliabile Frodo nel cult fantasy Il Signore degli anelli.

La pusillanimità, unita all’atavica ignoranza, del ratto Mousy, dei pennuti melodiosi, alieni ugualmente ai dispendi di fosforo, e della pernice Giron, in odore tuttavia d’incredibile riscatto, va oltre lo sfizio compiaciuto dell’ingegno ordinario.

L’immane paura di volare, a scapito della gioia d’interagire in famiglia nell’ambito dell’obbligatorio viaggio verso nord per la stagione fredda, arricchisce d’imprevedibili prospettive psicologiche, stemperate nell’ironia dei siparietti vivaci, l’ovvietà degli schemi fissi conformi alle sceneggiature a tema.

Sebbene il ricorso ad alcune gag d’alleggerimento porti i segni degli apologhi bonariamente avventurosi, incapaci quindi di fornire una valida alternativa alla punta di spina del dolore dell’aura ascetica, i falsi dotti stiano pure sereni: se si degneranno di seguire la storia di un inverno più contento che scontento, non vi sarà alcuna regressione allo stato infantile.

Il rinvenimento dell’alterità, casomai, legato alla virtù dei luoghi d’influenzare i colpi d’ala culminanti per rendere pan per focaccia all’empio falco Shadow, pende dalla parte delle cose difficili spiegate in modo semplice. Come l’insito ordine naturale, estraneo agli accenti artificiosi e ai pleonastici eccessi di leziosità riscontrabili nei palpiti – sebbene teneri – per l’energica ed eterea compagna di giochi Ploveria.

Quello che il godimento della visione perde sul versante della creatività narrativa lo acquista, così, nella spontaneità di tratto, sconnessa dalla gratuita stramberia dei prodotti d’evasione.

Al posto dell’intrattenimento disimpegnato prende invece piede il richiamo ai legami di sangue e di suolo, che nondimeno entrano in contraddizione, almeno in certe circostanze, a causa dei soliti sorrisi consolatori.

Ad alzare definitivamente il tiro ci pensa comunque l’opportuno climax dei momenti topici, alieni, sia in prassi sia in spirito, all’improntitudine dell’algida analisi speculativa. La decantazione di quei calorosi “attimi fuggenti”, cari al professor Keating impersonato dal compianto Robin Williams, ripaga delle banalità concesse pur di evitare al plot di cadere nell’impasse degli accigliati racconti morali.

A tal proposito, per tagliare la testa al toro e chiudere, perciò, il cerchio, risulta utile, se non decisivo, riscoprire l’aforisma pronunciato nel crepuscolo dallo Stan Laurel dell’esilarante duo slapstick Stanlio & Ollio: “I film drammatici fanno sentire intelligenti le persone deficienti, mentre i film comici fanno tornare bambini tutte le persone. Peccato che al mondo vi siano più deficienti che vogliono apparire intelligenti che persone con il coraggio e la gioia di saper tornare bambini”.

 

 

Massimiliano Serriello