di Dino Tropea

Il concerto dei Pop 2000 Roma al Sessantotto Village non è stato solo musica: è stato un viaggio nella memoria, tra cinema, ballo e condivisione. Sul palco, dopo il talk show Cine Chiacchiere, la band ha trasformato il parco in un palcoscenico emotivo. E il pubblico ha risposto — vivo, danzante, grato

Scritto da Dino Tropea

Roma, 13 agosto. C’è stato un momento, nella notte romana, in cui le parole si sono fatte musica, e la musica memoria. È accaduto al Sessantotto Village, promosso anche da Steeve Illiano, nel cuore del CineVillage Talenti, al termine dell’evento Cine Chiacchiere — il talk show ideato e condotto da Riccardo Ferrero ed Antonella Ponziani, che in questa edizione ha evocato i fantasmi affascinanti del cinema horror: da Dario Argento agli attori, agenti, sceneggiatori e registi che hanno costruito il genere — e si sono accese le luci di chi ha qualcosa da dire… cantando.

La serata fa parte della dodicesima edizione del Sessantotto Village (31 maggio – 17 agosto 2025), manifestazione che ha animato Parco Talenti con oltre 650 eventi e più di 350.000 presenze negli anni. Un format culturale che unisce cinema, musica, talk, laboratori e gastronomia. A rendere possibile tutto questo, una rete di visione e passione. Il progetto del cinema all’aperto è realizzato con ANEC Lazio, Municipio III, AGIS Lazio Srl, CNB Comunicazione.

Quella sera, a dire molto senza urlare, sono stati loro: i Pop 2000. A dare vita al suono dei Pop 2000 Roma è una formazione affiatata e ricca di personalità: Eleonora Candido alla voce — intensa e duttile, vera anima del palco — Alessandro Vedovini al basso, solido e pulsante; Fabio Servilio alla chitarra, che ricama groove e dinamica; e Andrea Ruta alla batteria, motore ritmico e narratore percussivo di ogni brano.

Una band italiana che, con umiltà e coraggio, porta in scena un progetto ambizioso, forse impossibile: rendere omaggio a vent’anni di musica mondiale, da Moby a Adele, da Sting a The Killers, passando per Alice Merton, Adele, Cardigans, Jamiroquai, Kaiser Chiefs, U2, New Radicals, Alicia Keys. Il tutto, con una line-up ristretta e una struttura da live intimo, dove ogni errore è umano, ogni virtù è vera.

Tra i momenti più densi del concerto, “Set Fire to the Rain” è forse il più delicato da affrontare. Adele è incubo per chi canta: intonazione chirurgica, potenza polmonare, drammaturgia emotiva. Eppure Eleonora ne fa un pezzo suo, tagliando meno sui volumi e più sulle pieghe emotive del testo. Lì non c’è imitazione. C’è adesione.

“Erase/Rewind”, dei Cardigans, è invece un viaggio ritmico. Suonato con snare grasso, richiede precisione metronomica e una dinamica in bilico tra malinconia e disincanto. La band riesce a tenere il pezzo in equilibrio, e il groove non cede mai.

Poi arriva “Human” dei Killers. Il brano è già di suo una domanda: “Are we human, or are we dancer?”. I Pop 2000 la trasformano in un invito: a ballare, certo, ma anche a sentirsi parte di qualcosa. E nel vedere il pubblico muoversi, rispondere, gridare la strofa, ti accorgi che la musica — quella vera — è ancora capace di creare connessione.

La scaletta come racconto: venti brani, venti universi. Il concerto dei Pop 2000 non è un semplice tributo: è una vera “long ride into the sound”, dove ogni brano è una tappa emotiva.

Si parte sommessi con “The Sea” di Morcheeba, un brano ipnotico e sensuale che Eleonora Candido affronta con un’eleganza sussurrata. Da lì, la voce si spinge verso un salto di intensità: “Snow on the Sahara” (Anggun), con le sue tessiture world–pop, e “Mad About You” degli Hooverphonic, dal groove orchestrale difficilissimo da rendere in live minimale. Cambiano le chitarre, cambia la tensione: il viaggio entra nel vivo.

“My Friend” (Groove Armada) e “Natural Blues” (Moby) sono i primi veri ostacoli tecnici: basi elettroniche, giochi di campionamenti e delay da reinterpretare con strumenti veri. Ma è proprio qui che i Pop 2000 mostrano il loro valore: trasformano l’elettronica in carne, in pelle, in battito.

Con “Desert Rose” di Sting arriva la prima vera esplosione. La voce si tinge di arabesco, si allunga su scale non consuete. Eppure, Eleonora tiene la linea. Il batterista Andrea – che non è solo percussione, ma anima ritmica dell’intero set – diventa protagonista nel blocco “fat snare”: da “Set Fire to the Rain” ad “Erase/Rewind”, passando per “Is It Any Wonder” dei Keane. Il suono si fa più robusto, le pelli ruggiscono.

“My Favourite Game” dei Cardigans mette alla prova l’aggressività: voce graffiata, batteria in levare, cori in delay. È un brano difficile: alterna dolcezza e rabbia. Ma il pubblico balla, e questa è la risposta più vera.

A metà serata, arriva il cuore narrativo. Andrea va al centro palco, Eleonora si ferma, si respira. Ed è lì che ci commuoviamo. “Something Stupid”, il duetto di Robbie Williams/Nicole Kidman, è rifatto con grazia e gioco. Poi di nuovo batteria, “Sunrise”, “Crazy” + “No Roots” in mashup, “In the Shadow” degli indimenticabili The Rasmus. Ogni brano un nuovo genere, ogni genere un nuovo confine da attraversare.

Il momento più alto? “Magnificent” degli U2, a due voci, in cui il rock anthemico si piega alla grazia del live da vicino. E poi il gran finale: “You Get What You Give”, “Starlight” dei Muse, “Human” dei Killers, “It Ain’t Easy” – quasi un congedo sussurrato.

La difficoltà della band italiana che omaggia voci globali. Cantare in inglese, oggi, può sembrare scontato. Ma portare in scena, dal vivo, una scaletta composta da almeno dodici artisti stranieri, con registri diversi, strutture armoniche complesse, non è cosa da poco. Ci vuole versatilità, tecnica, orecchio. Ma anche coraggio. Perché si rischia: si rischia di essere poco “originali”, si rischia di non reggere il paragone, si rischia l’indifferenza.

I Pop2000 invece accettano la sfida. E la superano. Perché non si pongono come cloni: si propongono come interpreti. Non copiano, rileggono. A volte con dolcezza, a volte con grinta. Ma sempre con rispetto.

Un progetto che merita palchi sempre più grandi. Se c’è qualcosa che rimane addosso, oltre la voce di Eleonora e la forza ritmica della band, è la coerenza con cui tengono insieme tutto. Non si tratta solo di cantare canzoni famose: si tratta di portare un messaggio musicale trasversale, interculturale, intergenerazionale. Il pubblico del Sessantotto Village ha ballato. Ma ha anche ascoltato, riconosciuto, ricordato.

Un valore culturale da difendere. In un panorama musicale italiano sempre più polarizzato tra mainstream esasperato e nicchie autocelebrative, Pop2000 occupa uno spazio importante: quello del tributo intelligente, dell’interpretazione consapevole, dell’inclusione musicale. Portare sul palco brani di decine di artisti stranieri, e farlo con rispetto, emozione e rigore, significa lavorare per la memoria collettiva. Significa educare senza alzare la voce, ricordare senza diventare nostalgici.

E non è un dettaglio: in un’epoca in cui la musica dal vivo è sempre più un lusso e sempre meno un rito, una band che restituisce respiro alle canzoni di vent’anni di storia musicale compie un atto quasi politico. Pop 2000 non inventa. Ma reinventa. E questo, oggi, è già rivoluzionario.

In un’epoca in cui il pop italiano spesso ripete se stesso, e il tribute è scivolato nell’anonimato, Pop 2000 riscatta il genere. Lo fa con cuore, sudore, difficoltà – sì – ma anche bellezza.

Successo pieno per i Pop2000. Un pubblico vero — vivo, attento, riconoscente.
Quello del Sessantotto Village, quella sera, non era solo un pubblico: era una comunità in ascolto. Famiglie intere con i plaid sull’erba, ragazzi in piedi a bordo palco, anziani con la sedia pieghevole e occhi lucidi. E poi, quando le canzoni si sono fatte ballerine, quando il ritmo ha cominciato a battere più forte, decine — forse centinaia — di persone di ogni età hanno lasciato il proprio posto per avvicinarsi, per ballare insieme.
Sotto il palco, nessuna differenza: solo sorrisi, mani che si muovevano a tempo, corpi che dicevano grazie senza parole.

La musica dei Pop 2000, proprio perché composta da brani simbolo degli anni 2000, attraversa le generazioni. Ogni pezzo diventa una madeleine: per alcuni è il liceo, per altri un amore, per altri ancora la colonna sonora di una rinascita. E mentre la band suona, la gente rivive.

Infine, il  Sessantotto Village è la culla perfetta, aperto dal 31 maggio al 17 agosto 2025, con oltre 650 eventi, laboratori, talk, concerti e il cinema all’aperto dell’Arena CineVillage Talenti (proiezioni a 3,50 €, ogni sera un motivo per uscire). Un progetto che vive di cultura condivisa, di economia simbolica, di incontri veri.

? Per seguire: i Pop 2000.  Scopri le prossime date, le foto dei live, le storie, i backstage, su Instagram:? instagram.com/pop2000livemusic

Per seguire il programma del sessantotto https://www.68village.it/

Scritto da Dino Tropea: www.dinotropea.it

Di Dino Tropea

Dino Tropea è scrittore e autore di tre libri: «Lasciato Indietro» (Armando Editore), «Ombre e Luci di un Cammino» (Laura Capone Editore) e «Il regno sommerso di Coralyn» (VJ Edizioni Milano). La sua scrittura, empatica ed evocativa, mescola narrativa, poesia e riflessione sociale. Al centro ci sono le persone, con le loro cadute e le loro ripartenze. Resilienza, memoria e speranza non sono parole da copertina, ma esperienze vissute e poi restituite sulla pagina con sincerità. Lavora come curatore letterario, seguendo progetti editoriali e accompagnando autori nel dare forma alle loro storie. In passato ha ideato e condotto programmi radiofonici dedicati alla rinascita, all’arte e all’impegno sociale, portando al centro voci spesso lasciate ai margini. Oggi quella stessa attenzione continua nei suoi scritti e nelle collaborazioni culturali, con uno sguardo sempre rivolto a chi cerca un nuovo inizio.

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