Tornato ad ammantare di charme intellettuale l’universo commerciale delle serie televisive, dopo aver diretto per l’amata sala cinematografica l’insolito thriller storico Rapito accoppiando i contrasti cromatici alle luci e alle ombre della fede cattolica che nel 1858 spinse lo Stato Pontificio a convertire obtorto collo l’imbelle bebè ebreo Edgardo Mortara, l’alacre ed esperto regista piacentino Marco Bellocchio affronta nelle sei puntate che costituiscono Portobello – disponibili su HBO Max a partire dal 20 Febbraio 2026 – il caso Tortora.

A quattro anni di distanza da Esterno notte, biopic incentrato dall’inesausto Bellocchio sul rapimento concluso con l’assassinio perpetrato dalle brigate rosse ai danni dell’allora presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro, uscito nel mercato primario di sbocco della fabbrica dei sogni in due parti e trasmesso su Netflix come miniserie televisiva composta da sei puntate, la cifra stilistica ed espressiva del Maestro nativo di Bobbio in provincia di Piacenza ma trapiantato a Roma dal 1959 ritrova le corde giuste per esplorare step by step l’abbaglio giudiziario che condusse all’arresto dell’elegante ed erudito conduttore del programma tv Portobello senza mai veleggiare in superficie.

Per approfondire la vicenda, imperniandola sulla legittima egemonia dell’attento scandaglio analitico scevro dalle secche della pleonastica enfasi agiografica, il Maestro Bellocchio punta a chiudere la gola agli spettatori, dai più avvertiti a quelli meno abituati alle visioni disturbanti ed evocative, inducendoli poi a riflettere sull’altalena degli stati d’animo in ballo, sugli ambienti diametralmente opposti tra loro chiamati in causa, sulla disfunzione del potere giudiziario connesso all’apparente candore dell’aula presso il Tribunale di Napoli. Coi pavimenti immacolati al pari degli arredi istituzionali color bianco per avvocati, magistrati e pubblico ripresi però dalle inquadrature sghembe in grandangolo. Lo scopo risiede nel garantire un’esperienza visiva immersiva. Sulla scorta di svariati stilemi. Dallo scoperchiamento del vaso di Pandora in virtù dell’uso mirato della (di)simmetria per dispiegare il mix d’ordine ingannevole ed estrema inquietudine ai rapporti dominanti affidati alle angolazioni dal basso (low-angle shots). Dall’attitudine a scrivere con la luce, impreziosita dal frequente ricorso alla correzione di fuoco per veicolare l’attenzione nei confronti delle zone d’ombra cariche di senso, all’assurdità di determinate procedure processuali affidate in chiave sarcastica alla concezione “bitingly cynical” volta ad anteporre alle lagne tagliate con l’accetta per dividere i santi dai diavoli l’idonea distanza osservativa ed emotiva colma di aguzze punture di spillo. Il rischio di dare un colpo al cerchio dell’immersione attigua al pluralismo delle opinioni pro e contro, dal convincimento colpevolista all’arcinoto fronte innocentista, e l’altro alla botte del distacco sarcastico della crudezza oggettiva intrisa di cortocircuiti irrazionali consiste nel regredire la fragranza dell’originalità in mera giustapposizione. Ravvisabile nella velleità di connettere la ricerca dello shock alla ricerca dell’alterità. Destinata a divenire familiare palmo a palmo. L’antidoto alla programmatica interazione tra cinico disincanto ed estatico incanto è garantito dall’estraniazione dello stesso Enzo Tortora dinanzi all’accusa di traffico di stupefacenti e al castello d’infami calunnie campate in aria sull’associazione camorristica. Avallate da Giovanni Pandico, «’o pazzo», dissociatosi dalla Nuova Camorra Organizzata. Dal sicario Pasquale Barra, braccio armato al servizio del Professor Raffaele Cutolo. Dal criminale di mezza tacca Giovanni Melluso. Promosso a esponente di spicco contro la Nuova Camorra Organizzata. Di conseguenza quando lo spettacolo di secondaria rilevanza della recitazione affidato all’accorto Fabrizio Gifuni nelle vesti del brillante conduttore declassato nell’ingrigito imputato, lungi comunque dall’alzare bandiera bianca, prende sommessamente piede attraverso l’influenza reciproca di sottorecitazione ed estraniazione brechtiana la ricostruzione d’epoca hard-faced coglie nel segno. Ricavando linfa dal sottosuolo dei misurati ed emblematici gesti del personaggio assurto a ermetico corpo estraneo del granchio preso dagli inquirenti e dall’odissea costituita sia dalla previa carcerazione sia dai successivi arresti domiciliari in attesa del processo.

Quando ad acquisire rilievo è il pathos della persona, spogliata dal gestus calibrato del personaggio al servizio del procedural dai risvolti infernali, il focus sul rapporto tra potere e individuo, dapprincipio bonario ipnotizzatore sul versante dell’intrattenimento di milioni di fruitori del tubo catodico, cede la ribalta alle rigide modalità didascaliche dell’approccio dimostrativo. L’adattamento d’un autore con la “a” maiuscola alle narrazioni estese ad hoc del piccolo schermo, agli antipodi con la scelta poetica di preferire la contemplazione all’azione, potrebbe ribaltare in una deleteria trappola la chance di soffermarsi su un’infinità di particolari. Fuori dalla portata di qualsivoglia pellicola. Costretta a esibire l’ampio flusso degli eventi sfrondando molteplici dettagli. Marco Bellocchio rimedia alla malaugurata incognita di un’involuzione del modo di concepire la Settima arte sul doppio crinale psicologico ed elegiaco riuscendo ad appaiare il ricorso alla musica intradiegetica ed extradiegetica all’influenza speculare tra habitat ed esseri umani. Non a caso la sequenza maggiormente significativa dell’intera operazione portata a effetto dal guru per eccellenza degli esami comportamentistici congiunti al pensiero creativo e alla trascendenza dagli usuali schemi è ravvisabile nel momento in cui l’abile montaggio alternato mette in correlazione la caserma Pastrengo dove i pentiti ordinano a bella posta orate che costano un occhio della testa e l’abitazione lussuosa di Tortora suggellata dai vincoli di sangue mentre assistendo all’unisono alla premiazione nella sezione Campioni del trentaquattresimo Festival di Sanremo con la conduzione di Pippo Baudo l’allegra brigata d’ambedue le sponde, tranne Tortora e Pandico, troppo fieri per unirsi alla sporadica banda, intona il brano Ci sarà cantato da Romina Power insieme ad Al Bano Carrisi. Se la celeberrima ode vernacolare Munasterio ‘e Santa Chiara stornellata dai giornalisti partenopei avversi al conduttore genovese fedele alla memoria del papà cresciuto a un tiro di schioppo dal Vesuvio all’indomani della sentenza di condanna emessa il 17 Settembre 1985 non si andasse ad amalgamare allo stridente rumore in itinere degli strumenti di coercizione rappresentati dai manganelli sulle sbarre del carcere di Regina Coeli, alle note ossessive dell’antica danza popolare campana, denominata tammurriata, nonché alle canzoni provenienti dalle fonti interne al racconto e dalle altre concepite ex ante e aggiunte ex post, con Jesahel di Ivano Fossati assurto nelle battute conclusive ad accrescitore sentimentale rispetto al cerebrale lavoro di sottrazione a braccetto con l’estraniazione d’ascendenza brechtiana, la fusione di elementi impietosamente attendibili ed echi immaginifici, con la fuggevole comparsa di Moira Orfei in sella a un gigantesco ed esotico elefante per testimoniare a Tortora la propria solidarietà appaiata sempre sul piano musicale ad Amarcord di Federico Fellini, risulterebbe assai di maniera. Il tema piuttosto risaputo in letteratura dell’isolamento, dell’astrusità burocratica, dell’aura claustrofobica, degli incubi a occhi aperti muta segno nel linguaggio d’immagini attinenti alla parabola corroborata dall’estro delle irrinunciabili varianti.

Marco Bellocchio fruga così nel gran calderone del realismo fantastico, ormai stantio con buona pace delle situazioni oniriche combinate con navigato mestiere alla suspense meditabonda, accentuando a tratti l’astrazione che vanifica la piena comprensione dell’assunto. Ai fini dell’auspicata inteleggibilità opta viceversa per la capacità di presa immediata. Allo scopo di semplificare l’effigie della falsa rocca di carte eretta dal Catone di turno e il sentimento di attrazione/repulsione per le statuine di Pulcinella che avvinghiano l’inane riparo domestico di Enzo Tortora. A scaldarci al fuoco della carezzevole reminiscenza dell’agognato processo d’appello che ha scagionato in extremis il prestigioso imputato dal raccapricciante sospetto insinuato a mo’ di veleno provvede alla bell’e meglio l’anziano e saggio magistrato analogo sotto molti aspetti al probo giudice interpretato da Spencer Tracy in Vincitori e vinti di Stanley Kramer. Le puntate culminanti, con Tortora deciso a dichiararsi innocente con l’augurio di cuore sugli scudi che lo siano pure i magistrati chiamati nuovamente a giudicarlo, mandano a carte quarantotto la bizzarria precedente, la realtà distorta nella quale sfocia il grottesco gremito di dense ed epidermiche suggestioni, la razionalizzazione dell’assurdo, armonizzata allo schietto slancio poetico, privilegiando di rimbalzo la presunta crescita drammatica degli affreschi processuali. Fiocamente marcati ed ergo sprovvisti dell’inventiva e della stringatezza ad appannaggio dei lirici lamenti allergici alle ingiurie che connettono cum grano salis la debita sobrietà all’avvincente teatralità. Tommaso Ragno nei panni di Marco Pannella, che persuade il liberale di buccia dura Tortora ad aderire al partito radicale, sciorina una psicotecnica degna d’encomio. Incrementando il rimpianto nelle platee seguaci della voga sempreverde dell’impegno civile per l’impiego ridotto al lumicino concessogli dalla produzione della serie che non bada a spese. L’archetipo dell’oratoria, a dispetto degli eloquenti silenzi, dei triti dilemmi morali ed etici, intenti a scalzare da copione le interpolazioni metaforiche, del bieco pubblico ministero, degli avvocati difensori pieni di passione nuoce alla rivelazione d’una proficua inversione di tendenza. La palingenesi della cronaca italiana di quarant’anni or sono nei labirintici intrighi accorpati ai corridoi dei compositi ambienti trova al contrario nel filo di Arianna dell’accurata indagine delle contraddizioni intime e sociali il punto di fusione ideale tra lucidità surreale ed empatia reale. Lino Musella sfoggia nel ruolo del paranoico Pandico una performance da affissione. Che conferma l’eminente pensiero di Hannah Arendt concernente la banalità del male. Gli altri componenti del cast se la cavano affidandosi al consumato professionismo. Marco Bellocchio, alternando in Portobello il disegno degli eterogenei caratteri alla prevedibile pittura del quotidiano e al surrealismo tagliente che esula invece dall’ordinario, conferisce in cabina di regìa lo zenith dell’ispirazione del franco tiratore, sensibile allo scambio continuo di vero ed empia falsità, al dietro le quinte degli studi Rai, delle prigioni, delle celle, dei cortili per l’ora d’aria, degli elitari salotti, delle alcove, delle aule di tribunale, dei camerini coi canonici specchi d’origine bergmaniana inclini a catturare il gomitolo dell’esistenza del provatissimo Enzo teso allo spasimo. Ed è assicurando ai passaggi cruciali la sensazione della vita colta di sorpresa che il rinfrancato Maestro sopperisce a qualche scontatezza e torna sulla breccia per snudare la colpevolezza dell’innocenza relativa al caso Tortora soggetto alla gogna mediatica sulla falsariga degli stati di transizione alieni ai menzogneri colpi di gomito.

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