Presentato alla stampa Ero in guerra ma non lo sapevo, con Francesco Montanari e Laura Chiatti

Gli anni di piombo restano una pagina dolorosissima della nostra storia relativamente recente. La fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta hanno ispirato pellicole come La seconda volta di Mimmo Calopresti, Buongiorno, notte di Marco Bellocchio, Padrenostro di Claudio Noce. Adesso è il turno di Ero in guerra ma non lo sapevo per la regìa di Fabio Resinaro.

La videoconferenza stampa di presentazione del film, che uscirà come evento al cinema nei giorni 24, 25 e 26 Gennaio 2022, offre comunque alcuni motivi d’interesse.

L’amministratore delegato di Rai Cinema Paolo Del Brocco e il produttore Luca Barbareschi sembrano realmente felici di essere coinvolti sul versante pratico, ovvero nella produzione, nella risoluzione dei problemi, nel posizionamento dell’opera del carattere d’ingegno creativo sul mercato dell’industria culturale, nell’ennesimo film d’impegno civile. Niente di nuovo sul fronte occidentale? Verrebbe da chiedere. Ma, al di là di qualsiasi dissertazione sull’industria della cultura e dell’intrattenimento, sembra che il film d’impegno civile non provochi sbadigli ai giornalisti presenti. Lieti di divenire spettatori pronti ad anteporre l’emotività scevra dalle elucubrazioni mentali alla lucidità dell’analisi di rito. Ed è già qualcosa. Frattanto è sin troppo agevole registrare da cronisti alieni alle discipline di fazione, da qualsiasi parte provengano, le manifestazioni di mutuo entusiasmo dinanzi agli organi di stampa da parte della squadra di Ero in guerra ma non lo sapevo.

Abbiamo chiesto a Francesco Montanari se per impersonare un individuo borghese come l’orefice Pierluigi Torregiani, coinvolto nell’uragano di sangue e pallottole di chi predica l’ipocrita livellamento egualitario, abbia tratto partito dall’università della strada insieme ad affetti domestici che pesano come macigni come ha fatto Claudio Amendola ne La mia generazione di Wilma Labate ispirandosi al padre Ferruccio Amendola. Un uomo tutto d’un pezzo. La risposta non si è fatta attendere: “Non ho visto La mia generazione di Wilma Labate. Con Claudio Amendola. Ma lo vedrò: sono curioso. Per quanto riguarda la mia prova è vero, ci ha preso in effetti: mi sono ispirato, nel delineare l’io segreto ed esteriore del personaggio, la sua accessibilità, la sua gestibilità, la sua fermezza, la sua fragilità, i suoi valori, tipici del lavoratore che da una parte tiene i piedi per terra, dall’altra non rinuncia alla gioia di sognare, a mio padre. Nonché alla mia famiglia. Al mio ambiente domestico. In superficie, a primo acchito, di stampo patriarcale. Dominato, in realtà, se si guarda in profondità, da figure femminili forti. Come quella magistralmente interpretata da Laura Chiatti in Ero in guerra ma non lo sapevo“.

Il regista, Fabio Resinaro, non avverte alcun imbarazzo; ha gli occhi vivaci, la voce calma, i modi educati e tante cose da dire. Forse pure per un approfondimento politico. La questione sarebbe spinosa. Da dibattere. Pure perché i film sulle Brigate Rosse spuntano come i funghi. Quelli sui NAR – Nucleo Armato Rivoluzionario, ovvero gli anni di piombo visti da destra anziché da sinistra, restano oggetti misteriosi. Mai pervenuti. L’opinione di Resinaro è la seguente: “Ero in guerra ma non lo sapevo prende le mosse da un fatto di cronaca molto noto, controverso, assai discusso. Si è trattata di un’autentica sfida non priva d’insidie ma anche colma di stimoli. Lo stimolo principale era evitare i luoghi comuni, le banalità, le cose già dette, arcinote, discusse sino allo sfinimento. Sino alla noia. Ho voluto in primo luogo appassionare il pubblico trovando qualcosa di nuovo da raccontare attraverso la scrittura per immagini e grazie all’aderenza ai personaggi da parte dei bravissimi interpreti. Non ci ho messo poi molto ad accorgermi che la vicenda storica e al contempo umana del gioielliere che reagisce ai terroristi colpevoli di minacciare l’incolumità della figlia nel corso di una rapina sia un apologo sulla libertà. La reazione è una conseguenza. Ma è la storia di un uomo, di un padre di famiglia, di un lavoratore borghese che ci tiene alla sua libertà e teme, dopo essere stato coinvolto nella violenza terroristica, di essere coinvolto anche in una sorta di attanagliante lockdown forzato”.

Laura Chiatti è stata prodiga di elogi nei riguardi del suo collega Francesco Montanari rilevando altresì il lavoro compiuto su stessa e sul personaggio della donna dura nella lotta, senza abbracciare le armi, ma leale nell’animo: “Mi sono molto allineata al modo di Francesco nel calarsi in un ruolo tanto affascinante quanto complesso. Anche il mio è un personaggio di un certo spessore. E quindi non semplicissimo da comporre. Per capirne i comportamenti fino in fondo, la forza, la decisione, l’attaccamento alla famiglia, il buon senso. Io e Francesco abbiamo lavorato tantissimo. Sia prima. Ex ante. Sia sul set. Lo spessore del mio personaggio l’ho definito step by step. Giorno per giorno. Ricavando linfa a tal fine da ciò che mi circondava. Che avevo attorno. È stata una bellissima esperienza: quando ti trovi in un contesto così importante con un racconto capace di scuotere le coscienze, d’infiammare i punti di vista diametralmente opposti sulla vicenda, di rievocare un periodo storico che cova ancor oggi sotto la cenere del ricordo, degli strascichi ivi connessi, si respira un’atmosfera di collaborazione, di reciproca intesa, di proficuo rispetto”.

Paolo Del Brocco pone in risalto il fatto che Ero in guerra ma non lo sapevo, trasposizione cinematografica dell’omonimo libro di Alberto Torregiani e Stefano Rabozzi, sia un film ad alto budget. Che unisce le caratteristiche del film d’autore che fa riflettere al diktat dei film commerciali. Che devono e possono andare bene al botteghino. Luca Barbareschi ha voluto raccontare alla stampa il lungo processo d’incubazione che ha permesso al libro di diventare un film con le carte in regola per puntare anche all’incasso. Magari convertendo i lettori in spettatori. L’avventura produttiva non è priva di fascino. Barbareschi non nasconde una certa soddisfazione: “In questo caso, a costo di apparire immodesto, bravo me lo dico da solo. Prima di aspettare che me lo dicono gli altri. Alla mia età si capisce bene che il tempo è una cosa che non si butta”. Il tempo è un giudice più equo di qualsiasi critico. Di qualsivoglia ufficio stampa. Di ogni professore. O presunto tale. Alberto Torregiani, presente alla conferenza stampa in modo sobrio, composto, alieno alla tentazione dell’iperbole, alle attestazioni di stima e al training autogeno dell’autostima, spende parole di elogio per Francesco Montanari. L’attore romano è riuscito a catturare con la sua prova l’essenza del patrigno di Alberto. Il gioielliere della periferia nord di Milano, Pierluigi Torregiani, vittima, in seguito alla sacrosanta reazione, di un agguato di un manipolo di affiliati dei Proletari Armati per il Comunismo. Apparire, sosteneva Stanislavskij, non basta: occorre essere. Francesco Montanari, uno dei nostri attori più interessanti, sta un pezzo avanti sotto questo aspetto.

 

Massimiliano Serriello