Priscilla: la lady Presley di Sofia Coppola

Figlia d’arte d’indubbio talento, dopo aver debuttato come attrice senza incidere né sul piano della psicotecnica recitativa né su quello dell’indispensabile fotogenia, Sofia Coppola ha presto seguito le orme del celebre padre regista Francis, sciorinando però dietro la macchina da presa una tenuta stilistica tutta sua. Imperniata sulla destrezza di conferire ad abiti e arredi la forza significante dei ragguagli introspettivi.

Priscilla, l’ultima fatica della caparbia cineasta, ormai sulla breccia da un ventennio, non devia dai binari dei collaudati biopic, alieni ai lampi d’intelligenza che vanno al di là del mix di suppellettili ed effigi gradevoli all’occhio, ma indifferenti a qualsivoglia cervello avvezzo ad approfondire il quadro generale, oppure scandaglia al meglio la malattia dei sentimenti cara a Michelangelo Antonioni?

La materia narrativa, attinta al romanzo autobiografico di Priscilla Ann Wagner Beaulieu, ex moglie dell’idolatrato re del rock Elvis Presley, riecheggia certamente nel tran tran giornaliero della vita di coppia l’alienazione di antonionana memoria. Per cui, anche secondo il personaggio interpretato da Giovanna Ralli in C’eravamo tanto amati di Ettore Scola, una moglie, lontana dal cuore del consorte, comunica maggiormente con gli oggetti inanimati dei quali si circonda. Compresa la decorazione raffigurante una tigre accarezzata dall’adolescente divenuta donna palesando i limiti dell’opera a tesi. Che, sia nella scelta della tecnica luministica sia nell’uso dell’abbigliamento e del trucco adoperati dall’irrisolta signora Presley, dapprincipio ligia alle direttive dell’ingombrante coniuge in merito alla bellezza fisica da esibire sulla scorta degli appositi accorgimenti, in seguito decisa a rivendicare la propria indipendenza, tradisce l’assoluta penuria della toccante verità interiore innescata dall’idonea poesia.

L’esteriorità programmatica impera dunque tanto nei colori opachi della prima parte ambientata nella città tedesca dove Priscilla, figlia di un militare texano di stanza in Germania, incontra Elvis, preda della nostalgia per la madre patria oltreoceano, quanto nei toni pastello che avvolgono il sospirato ritorno a casa. La velleità di erigere un apologo sull’identità femminile, bisognosa di affrancarsi dallo stallo esistenziale nell’ingannevole gabbia dorata, attraverso la congerie di ciglia finte ed eyeliner alla moda, insieme a un vestiario in perenne divenire, conferma la predilezione dell’involuta Coppola per il rapporto tra tagli di luce e fattori somatici predisposti a tavolino. Un tempo decisivi per afferrare appieno la sete d’amore, contrastata dall’ossessione di conciliare apparire ed essere, l’intimità autentica, il sottosuolo dei gesti congiunti ai chiaroscuri caratteriali. Simboli adesso principalmente dell’idea di avvenenza preclusa a Sofia Coppola da Madre Natura. Concessale invece dalla virtù poliedrica della scrittura per immagini. Allo scopo di percorrere l’arco temporale, dal 1959 al 1973, sulla scorta dei valori visivi in costante fermento.

Garantiti sulla medesima stregua dalla gradevole Cailee Spaeny nei panni della protagonista, che dà il benservito al celebre marito indossando sotto l’ammiccante camicetta lilla i pantaloni viola dell’intrinseca autodeterminazione, e dai modi espressivi dell’alacre scenografia. Senza però mai trascendere l’ovvietà d’un album di mero mestiere. Legato altresì all’ordinaria modalità esplicativa delle canzoni d’epoca – tipo Crimson and clover – e non – con la cover My elixir dei Phoenix riadattata dai Sons of Raphael sugli scudi – incapaci d’impreziosire il versante in ombra del grande Elvis. I momenti d’instabilità nei consorzi domestici traggono scarsa linfa dalle atmosfere rarefatte nella forma. Prive all’atto pratico dei contenuti. Rinvenibili in capolavori della levatura di Quel che resta del giorno del sensibile ed erudito James Ivory. Priscilla resta, viceversa, un affresco vanesio e inerte che, con buona pace dei colpi di gomito d’un’iconicità simbolica sparsa a raggiera, stenta ad anteporre nel disegno dei caratteri la piega d’un volto carico di senso all’eleganza di facciata delle fatue componenti manieristiche.

 

 

Massimiliano Serriello