Nel testo dedica attenzione anche al funzionamento del cervello. Perché era importante spiegare al lettore cosa accade dentro di noi quando pensiamo, scegliamo o reagiamo?
Rispondo con una domanda: qual è l’organo meno conosciuto del nostro corpo? Proprio il cervello. È l’organo che guida ogni pensiero, ogni scelta, ogni reazione, eppure è quello di cui sappiamo meno. Le neuroscienze continuano a fare scoperte, ma nella conoscenza comune ignoriamo ancora molti dei processi che determinano il nostro modo di vivere. Per questo, nel libro ho scelto di spiegare cosa accade dentro di noi quando pensiamo o decidiamo. Non conosciamo i bias cognitivi, cioè quelle scorciatoie mentali che distorcono la realtà e ci portano a fare scelte meno efficaci. Non conosciamo le “regole” con cui il cervello funziona e che influenzano il nostro modo di reagire agli eventi. Una di queste regole si può riassumere in una frase: “se vuoi domarlo, devi nominarlo”. Il cervello ha bisogno di etichette precise per poter gestire una sfida. Applicato alle emozioni, significa che se vuoi comprenderne la funzione, devi dare loro un nome chiaro. Dire “sto male” è vago; dire “mi sento solo” è abbastanza specifico da permettere al cervello di attivarsi e cercare una soluzione. Ma c’è un altro aspetto fondamentale: il cervello attiva una serie di meccanismi di protezione per difenderci dal dolore. Non solo quello fisico, ma anche quello emotivo. Sono strategie nate per proteggerci da minacce che appartengono al passato, a contesti in cui eravamo piccoli, vulnerabili, dipendenti. Oggi, però, molte di quelle minacce non esistono più. Conoscerli significa portare luce su automatismi che, pur essendo nati per salvarci, da adulti possono diventare disfunzionali. E allora la domanda diventa inevitabile: vogliamo davvero che continuino ad attivarsi meccanismi che ci allontanano dai nostri obiettivi, ora che siamo adulti e capaci di gestire le sfide? Comprendere come funziona la nostra mente non è un esercizio teorico: è un atto di libertà. È il primo passo per smettere di reagire in automatico e iniziare a scegliere consapevolmente la direzione in cui vogliamo andare le nuove abitudini di benessere sono spesso difficili da costruire.
Qual è il primo passo realistico per iniziare un cambiamento senza sentirsi sopraffatti?
Le nuove abitudini di benessere sono difficili da costruire perché il cervello tende a preferire ciò che conosce: la routine, l’automatismo, il già visto. Per questo il primo passo realistico è non puntare alla rivoluzione, ma alla regola dell’1%, cioè a piccoli miglioramenti quotidiani che, nel tempo, radicano nuove abitudini fino a renderle automatiche. Il cambiamento inizia in piccolo: scegli un’abitudine così semplice che non puoi trovare scuse per non farla. È il principio delle micro‑azioni: passi minimi, sostenibili, che non generano resistenza. Perché affinché un comportamento diventi un’abitudine, deve essere ripetuto nel tempo. Gli studi parlano di almeno 21 giorni, e poi una progressione graduale, incrementale.Nel libro propongo di iniziare con l’esercizio dell’orecchio rosa, cinque minuti al giorno. È un rito simbolico, un gesto semplice che ha un grande significato: portare l’attenzione all’ascolto di sé e dire al proprio mondo interiore “sono qui, ci sono, ti ascolto”. È un modo gentile per comunicare al cervello che il cambiamento non è una minaccia, ma un atto di cura. Quando il cambiamento parte da un gesto piccolo, concreto e ripetuto, non ci sentiamo sopraffatti. E soprattutto, costruiamo una nuova identità: quella di una persona che si prende cura di sé un passo alla volta
Ogni capitolo propone esercizi semplici da portare nella quotidianità. Che ruolo ha la pratica concreta nel percorso di crescita personale?
La pratica concreta ha un ruolo fondamentale. Per anni abbiamo fatto tutt’altro: abbiamo ripetuto gesti, pensieri e reazioni che hanno radicato abitudini lontane dal nostro benessere, dalla nostra prosperità, dal nostro equilibrio. Il cambiamento non avviene perché “capisci” qualcosa, ma perché inizi ad allenarlo. La pratica quotidiana serve proprio a questo: a creare nuove abitudini di felicità, piccole e costanti, che nel tempo sostituiscono gli automatismi che non ci servono più. Ogni esercizio è un seme: non cambia tutto in un giorno, ma cambia te un giorno dopo l’altro. È attraverso la ripetizione gentile, concreta e sostenibile che il cervello impara nuove strade. E quando una nuova strada viene percorsa abbastanza volte, diventa un’abitudine. E quando diventa un’abitudine, diventa identità: il modo naturale in cui ti prendi cura di te
Psicovitamine non impone soluzioni, ma suggerisce direzioni. Quanto conta, per lei, rispettare i tempi e la sensibilità di ogni lettore?
Per me è fondamentale rispettare i tempi e la sensibilità di ogni lettore. Tornare a prendersi cura di sè non è una gara, è un processo di integrazione che richiede gentilezza, ascolto e rispetto dei propri ritmi interiori. Mi piace usare la metafora dell’argilla: quando è secca e dura, non si può plasmare. Se provi a forzarla, si spezza. Per modellarla occorre l’acqua, meglio ancora se calda: il calore della gentilezza, dell’amore, della pazienza.Allo stesso modo, anche le persone hanno bisogno di un clima interno morbido per poter cambiare. Non serve imporre soluzioni, serve offrire direzioni, possibilità, piccoli passi che ciascuno può accogliere secondo il proprio tempo. Il mio intento non è dire “fai così”, ma creare uno spazio in cui il lettore possa riconoscersi, respirare, e decidere da sé quando è il momento giusto per trasformarsi. La vera crescita nasce quando ci si sente pronti, non quando ci si sente spinti
Il libro ha una scrittura calda, amica e intima. Ha scelto volutamente questo tono per creare un rapporto di vicinanza con chi legge?
Sì, ho scelto volutamente una scrittura calda, amica, intima. Ma più che una scelta strategica, è semplicemente il mio linguaggio naturale. Anche negli incontri di persona mi esprimo così: in modo semplice, diretto, divulgativo, perché desidero arrivare a tutti ed essere fruibile senza sforzo.Per me la vicinanza non è un artificio narrativo, è un modo di stare in relazione. Scrivo come parlo, e parlo come accompagno: con chiarezza, con cura, con un tono che invita ad aprirsi senza sentirsi giudicati. Una volta un lettore mi ha detto che leggendo il libro aveva la sensazione di sentire la mia voce. È uno dei complimenti più belli che potessi ricevere, perché significa che la scrittura ha creato un ponte, una presenza, una forma di compagnia. E questo è esattamente ciò che desidero: non imporre, ma accompagnare; non insegnare dall’alto, ma camminare accanto; non dare risposte, ma offrire direzioni che ciascuno può accogliere secondo il proprio ritmo
Secondo lei, perché molte persone fanno ancora fatica a considerare la cura di sé come una priorità e non come un lusso?
Non credo che le persone considerino la cura di sé un lusso. Penso piuttosto che sia un fatto culturale: nessuno ci insegna a rivolgere l’attenzione al nostro mondo interiore. Cresciamo imparando a prenderci cura dell’immagine, dell’efficienza, del dovere, ma quasi mai della nostra dimensione emotiva. E spesso siamo indotti a credere che occuparsi di sé sia sinonimo di egoismo. In realtà, amarsi non è egoismo. Quando impari ad ascoltare ciò che viene da dentro di te, impari naturalmente a farlo anche con gli altri. Questo è evidente per le emozioni: quando sai ascoltare e accogliere le tue senza giudizio, diventi capace di riconoscere e comprendere anche quelle di chi ti sta vicino. E questo migliora in modo esponenziale la qualità delle relazioni. La cura di sé non è un privilegio, è una competenza. Una competenza che nessuno ci ha insegnato, ma che possiamo apprendere. E quando inizi a coltivarla, scopri che non ti allontana dagli altri: ti rende più presente, più empatico, più capace di amare davvero.
C’è una consapevolezza, tra quelle presenti nel libro, a cui si sente particolarmente legata?
Sì, c’è una consapevolezza a cui mi sento particolarmente legata: oggi riconoscere, accogliere e comprendere le emozioni è una priorità assoluta. Viviamo in un momento storico e in un contesto sociale con una scarsa cultura emotiva: sappiamo tutto di ciò che accade fuori, ma pochissimo di ciò che accade dentro. Per questo credo sia urgente cambiare rotta. Non solo per noi stessi, ma anche per le persone che amiamo. Quando impariamo a dare spazio alle nostre emozioni — ad ascoltarle, a comprenderne la funzione, a non giudicarle — diventiamo più presenti, più empatici, più capaci di creare relazioni sane. È un processo che genera un circolo virtuoso: ciò che coltivi dentro di te si riflette inevitabilmente nel mondo intorno. E quando questo cambiamento si diffonde da individuo a individuo, diventa un bene collettivo. Migliora le famiglie, le comunità, e in un certo senso — anche se può sembrare poetico — fa bene al pianeta. Perché un mondo abitato da persone più consapevoli e più in contatto con sé stesse è un mondo più gentile, più responsabile, più capace di cura
Quale tipo di lettore potrebbe trovare in Psicovitamine un aiuto prezioso?
Questo libro è per tutti. Per le persone curiose che vogliono capire come funzionano davvero — nella mente, nelle emozioni, nelle scelte quotidiane. Per chi sente che c’è qualcosa che non va nella propria vita, prova un malessere che non sa spiegare e non riesce a dare un nome a ciò che sente. Ma è anche per chi pensa che “va tutto bene” e scoprirà, leggendo, che può stare ancora meglio. Perché spesso non sappiamo di avere risorse preziose, competenze interiori, intuizioni profonde che aspettano solo di essere riconosciute. Psicovitamine offre strumenti semplici e concreti da mettere nella propria cassetta degli attrezzi interiore: consapevolezze, pratiche, modi nuovi di guardarsi dentro. Sono strumenti che aiutano a vivere con più prosperità, autenticità e felicità, recuperando la connessione con il proprio vero sé, quello che esiste al di là delle ferite e dei condizionamenti. È un libro per chi vuole iniziare un percorso, per chi vuole continuarlo, e per chi vuole ritrovare parti di sé che aveva dimenticato. In questo senso, è davvero un aiuto prezioso per chiunque desideri crescere, comprendere e tornare a casa dentro di sé
Se dovesse descrivere il libro con tre parole, quali sceglierebbe e perché?
Se dovessi descrivere Psicovitamine con tre parole, sceglierei: guida gentile per tornare ad amarsi. Perché è questo, in fondo, il cuore del libro: un invito a rientrare in contatto con sé stessi dopo anni in cui, per essere visti, amati, capiti, abbiamo rinunciato ad ascoltarci nel profondo. Nel tentativo di adattarci, abbiamo perso pezzi di autenticità, ci siamo allontanati dal nostro centro, abbiamo smarrito la connessione con ciò che siamo davvero al di là di ferite e condizionamenti. Questa guida è “gentile” perché non forza, non impone, non giudica. Accompagna. Offre direzioni più che soluzioni, e lo fa con il linguaggio dell’amore: un linguaggio fatto di ascolto, accoglienza senza giudizio, comprensione. E “tornare ad amarsi” è il viaggio che propongo: un ritorno a casa, alla propria verità interiore, a quella parte di noi che non ha mai smesso di esistere, ma che spesso abbiamo smesso di guardare. Perché l’amore — quello verso di sé e verso gli altri — è la cura più potente che abbiamo.
Quale messaggio vorrebbe lasciare a chi sta vivendo un momento di confusione, stanchezza emotiva o distanza da sé stesso?
A chi sta vivendo un momento di confusione, stanchezza emotiva o distanza da sé, vorrei dire una cosa semplice: ricomincia dal silenzio. Ritagliati ogni giorno un piccolo spazio di presenza e ascolto, anche solo cinque minuti al mattino, appena sveglio, portando la mano sul cuore. È un gesto minimo, ma è un gesto di ritorno a casa. In quel breve spazio, porta l’attenzione su tre cose per cui provi gratitudine. Non devono essere grandi: basta qualcosa che ti ricordi che la vita è un dono e che, nonostante tutto, ti circonda tanta abbondanza. Questo semplice atto ti aiuta a centrarti, a rientrare nel corpo, a riattivare le tue risorse interiori. E poi c’è un passaggio fondamentale: trattati come un genitore amorevole tratterebbe un bambino. Con pazienza, con dolcezza, con quella cura che non giudica e non pretende. Quando ti rivolgi a te stesso con questo tipo di sguardo, le tue risorse interiori si sentono viste, riconosciute, e cominciano a operare per il tuo bene. È da qui che nasce anche la capacità di fare scelte più chiare: come intraprendere un percorso o farsi accompagnare da un professionista quando senti che è il momento giusto. Il messaggio che vorrei lasciare è questo: non serve fare tutto, basta cominciare. E cominciare significa ascoltarsi, anche solo per cinque minuti, con la stessa cura che offriresti a qualcuno che ami
Dopo Psicovitamine, sta già pensando a nuovi progetti, percorsi o libri legati al benessere interiore?
Sì, dopo Psicovitamine sto già pensando a nuovi progetti. La mia intenzione è continuare a sensibilizzare, divulgare e formare, perché credo profondamente che le persone felici creino felicità attorno a sé. È un effetto contagioso, un’onda che si espande: quando qualcuno ritrova la connessione con il proprio mondo interiore, inevitabilmente porta più luce anche nelle relazioni, nelle famiglie, nelle comunità. Un altro libro? Sì, ci sto pensando. C’è un’idea che sta prendendo forma, una direzione che sento emergere con chiarezza sempre maggiore. È ancora un seme, ma ha già una sua energia. Sarà sicuramente un progetto che continua il cammino iniziato con Psicovitamine, un percorso di benessere interiore e consapevolezza, ma con una nuova prospettiva che sto lasciando maturare con cura. Per me divulgare non è solo un lavoro: è una missione. E ogni nuovo progetto nasce dal desiderio di offrire strumenti semplici, accessibili e profondi per aiutare le persone a tornare a sé, a riconoscere le proprie risorse, a vivere con più autenticità e presenza
