Pupi Avati e il cast parlano di Lei mi parla ancora, storia dei genitori di Vittorio Sgarbi

“Una storia d’amore così totalizzante come quella raccontata in Lei mi parla ancora penso seduca tutti. Chi può chiamarsi fuori da un’ipotesi di questo genere? Poi, che sia praticabile o nella realtà verificabile nell’oggi so benissimo che è totalmente anacronistica. Però, che uno idealmente conosca una ragazza innamorandosene follemente e pensi che voglia stare con lei per tutta la vita mi sembra sia assolutamente normale. Sarebbe assurdo se non fosse così. A me questa precarietà degli affetti mi sembra sia una delle componenti meno apprezzabili del nostro presente”.

In videoconferenza, parla alla stampa il cineasta Pupi Avati a proposito della sua ultima fatica, che verrà proposta in anteprima assoluta su Sky Cinema l’8 Febbraio 2021 e che sarà poi on demand su Now Tv.

Fatica sceneggiata dal regista stesso insieme al figlio Tommaso e che, tratta dal libro Lei mi parla ancora di Giuseppe Sgarbi, vede protagonista in inedite vesti drammatiche Renato Pozzetto, il quale dichiara: “Quando Pupi mi ha telefonato per offrirmi la parte, ho chiesto subito di leggerla prima di dire la mia. Già dopo cinque minuti di lettura ero commosso, avevo avuto delle sensazioni abbastanza forti. Ho finito di leggere il copione, l’ho riletto; la mattina dopo è venuto Pupi a casa mia a Milano, ci siamo parlati e gli ho confessato che sentivo la coscienza a posto per interpretare quel ruolo. Ho cercato di dare il massimo. Io mi sono piaciuto anche quando ho visto il film montato. Il ricordo che ognuno di noi porta con sé e ciò che lascia sono immortali. Gli Sgarbi mi hanno telefonato dopo aver visto il film elogiando la mia prestazione e sono stato felice, perché dalla storia si capiva il bene che hanno voluto al loro padre”.

Perché è il padre di Vittorio ed Elisabetta Sgarbi che incarna sullo schermo il comico milanese, affiancato, nel ruolo della moglie, da una Stefania Sandrelli che controbatte divertita: “Il nostro primo giorno è stato a letto con la mia morte, quindi alla fine non potevamo non ridere. Ci siamo ritagliati anche questo privilegio. Renato sei stato magistrale. Mi sono innamorata di te, sai?”.

Una vicenda alternata tra il presente e gli anni Cinquanta e in cui ad interpretare gli stessi in età giovanile sono una Isabella Ragonese per la quale essere Stefania Sandrelli era impossibile, perché la considera unica e poteva solo riportarne anche minimamente la sua potenza, energia e luminosità evitando di andare sull’imitazione, e Lino Musella, il quale rivela: “Lavorare su Renato Pozzetto da giovane era un lavoro estremamente delicato perché sono letteralmente cresciuto con i suoi film, quindi il rischio di essere tentato dall’imitazione era piuttosto vicino. Pupi mi ha indirizzato passo dopo passo chiedendomi di andare un giorno a vedere come lavorava Renato sul set. Allora ho cercato di aggrapparmi alla delicatezza che suscitava questo personaggio e alla dolcezza per questa mancanza”.

Presente all’incontro video anche Chiara Caselli: “La sera prima delle riprese de Il signor Diavolo ero terrorizzata. Pupi mi chiamò per dirmi di non rovinargli il film. Stavolta non mi ha richiamata, quindi significa che non gli ho rovinato il film e siamo tornati a lavorare insieme. Sappiamo tutti che il mio personaggio è ispirato ad Elisabetta Sgarbi, che io conosco, ma nella sceneggiatura si chiama ‘la figlia’. Questa è un’indicazione molto precisa, per me, per la costruzione del personaggio. Più che chiamare Elisabetta per chiederle riferimenti alla sua storia coi genitori, ho preferito lavorare come se fosse un personaggio storico. Sono andata a cercare interviste e documenti”.

Al suo secondo film con Pupi Avati, Nicola Nocella racconta di essersi affidato moltissimo a lui e che il vero Giulio, che interpreta nel film, è in realtà molto più grande di età; quindi ha pensato di essere al servizio di Nino, ovvero Renato Pozzetto, da tantissimo tempo, come se fosse arrivato nella sua casa da bambino.

Fabrizio Gifuni è invece un ghost writer un po’ contro sua voglia, perché avrebbe una legittima ambizione di essere uno scrittore, in quanto ha realizzato un romanzo e, quando viene chiamato all’appuntamento con Nino, spera gli si offra la possibilità di pubblicarlo. “È un po’ l’irruzione del contemporaneo in un mondo novecentesco, e in questo era abbastanza simile alla mia condizione di attore e di interprete, con un piede nel presente e l’altro nel mondo di Pupi Avati, fatto di ricordi e memorie che riesce a raccontare in maniera unica” osserva, “Poi c’è anche questo incontro con Renato che cambia un po’ la mia vita. Un incontro che cambia le esistenze di un po’ tutti e due i personaggi”.

Ultima del cast a parlare è Serena Grandi: “Clementina è una grande donna. Mi sono ispirata all’essere madre, a cercare di limare tutti gli angoli di una donna che cerca di far avere un futuro meraviglioso a suo figlio Nino. Perché, poi, io, in realtà, mi comporto così con mio figlio Edoardo, cercando di vedere se sarà un futuro migliore per lui o no. Ringrazio Pupi di avermi fatto piangere perché in quella maniera mi ha sbloccato tantissime cose che avevo bisogno di tirare fuori. È il secondo regista, in novanta film, che mi ha fatto piangere come una bambina”.

E vi è anche il tempo di parlare dell’attuale situazione delle sale cinematografiche chiuse a causa dell’emergenza da Coronavirus, a proposito di cui Avati dice: “Purtroppo sarà molto complicato ricreare la necessità della sala cinematografica, perché il periodo si sta prolungando in modo molto grave. Quindi, propongo già fin da ora di mettere in atto un’operazione che produca la nostalgia della sala cinematografica, che ricordi come era bello vedere film al cinema. Alla gente manca il mare, mancano il ristorante e tante altre cose, ma, grazie a realtà come Sky, il cinema non gli manca, continua sempre ad esserci. Non sento nessuno che dica ‘Come era bello andare al cinema’”.

Argomento su cui esprime la propria opinione anche l’Executive Vice President Programming di Sky e CEO di Vision Distribution Nicola Maccanico: “Il cinema godeva di ottima salute quando è arrivata la pandemia. La mia sensazione è che è importante affermare la diversità della sala. Per troppo tempo il mondo dell’esercizio e del cinema ha basato sull’esclusiva merceologica la propria forza, ovvero ‘Se vuoi vedere una cosa, ci sono solo io’. Non è questa la chiave nel mondo ipercompetitivo di oggi, dove ci sono le piattaforme e tante altre cose. L’esigenza di comunità della sala tornerà fortissima e il cinema deve essere pronto ad accoglierla. Anche facendo trovare sale migliori di quelle che avevamo. Le condizioni dovrebbero esserci da un punto di vista di aiuto da parte delle istituzioni”.

 

Francesco Lomuscio