Eletto a pieno diritto ad autore tout court sulla scorta del fulgido carattere d’ingegno creativo impiegato in Io sono l’amore, A bigger splash e Chiamami col tuo nome, toccando le corde giuste per andare al di là delle idee prese in prestito dai suoi numi tutelari (Chantal Akerman sugli scudi) ed esprimere la peculiare statura di artista attraverso l’assoluta maturità di linguaggio avvezza ad assorbire le palpitazioni dell’alfabetismo sentimentale di ciascun individuo allergico ai diktat per mezzo dell’anima di fuoco occultata dietro l’algida contemplazione del reale, Luca Guadagnino ha pagato dazio in cabina di regia a una sorta di delirio d’onnipotenza.
Ingannato dalla vertigine mentale di approdare nel pantheon internazionale degli alfieri dell’indefessa fabbrica dei sogni con opere – Suspiria, Bones and all, Challengers – inadeguate a sfuggire al vezzo narcisistico di riflettere, nella visione del mondo frammista ai plagi camuffati da omaggi dei nani sulle spalle dei giganti, l’assurda egemonia dello sfrenato lirismo di stampo surreale sulla sobria verità interiore degli alacri guru del grande schermo.

L’ultima fatica, Queer, intenta a tradurre – nella scrittura per immagini conforme all’altalena d’infiniti patemi ed empeti di febbrile vitalità già scandagliati in precedenza – l’omonimo romanzo di William S. Burroughs che folgorò Guadagnino quand’era diciassettenne in merito alla storia d’amore omosessuale lontana dall’ordinario, ne conferma l’intoppo dovuto al deleterio autocompiacimento, dietro cui si insidia la pigrizia sancita dal senso di déjà vu, o ne riafferma la schietta ispirazione d’inizio carriera? L’incipit, contraddistinto dall’effigie dispiegata step by step d’una stanza da letto zeppa di mozziconi di sigarette, di pagine riempite a mano o battute a macchina, di siringhe, coltelli, pistole, introduce lo spettatore nell’universo al contempo dissoluto ed estroso dell’esule William Lee. Alter ego dell’indocile William S. Burroughs. Che sdoganò il termine “queer”, traducibile in “checca”, dalla connotazione canzonatoria e denigrativa. Conferendogli una qualifica addirittura cool. Il Queer di Guadagnino agli occhi del pubblico superficiale, contrario ai dispendi di fosforo, si colloca a metà strada tra Il vizietto e Mosche da bar, per il leitmotiv nella parte introduttiva dei luoghi per eccellenza delegati ad accogliere gli avventori in preda ai fumi dell’alcol, per poi sterzare, nel successivo capitolo imperniato sulla palingenesi visionaria, in un bizzarro remake di un Indiana Jones. Ma dove va sul serio a parare questa densa ed eccentrica trasposizione nel buio della sala dell’eccentrico ed ermetico libro redatto dall’acclamato seguace della beat generation agli occhi delle platee maggiormente avvertite che non si fermano alle apparenze? Le teste dei cervi incorniciate sui muri dei locali di Città del Messico, i movimenti di macchina da destra a sinistra che pedinano in piano-sequenza l’irrequieto protagonista mediante il pertugio offerto dall’interazione tra interni evocativi ed esterni descrittivi, l’insistito dettaglio ravvicinato del volto perennemente sudato, l’impulso a gettare la maschera per inseguire il sogno della passione corrisposta col giovane Eugene Allerton interpretato dallo scialbo Drew Starkey, l’eterno tira e molla, le interpolazioni apportate rispetto al modello originario, sulla base principalmente della virtù dell’abile fotografia di convertire i valori figurativi connessi alla variopinta gamma cromatica in risolutivi ragguagli introspettivi, spezzano senz’alcun dubbio una lancia a favore della fascinazione esistenziale.

Esercitata sia dalla percepibile vena allegorica, necessaria ad approfondire il vuoto degli affetti percepito intorno a sé dal beone intestardito ad assegnare alla diversità della quale sovente pare vergognarsi una specie di reincarnazione suggeritagli dalla fantasia erotica acuita dalle droghe, sia dall’intrinseca ambizione di spiazzare la percezione delle masse dai gusti semplici. Spingendole a immergersi nella vicenda filmata, ad andare oltre i pregiudizi sull’orientamento dei personaggi, ad acculturarsi in un certo qual modo sulla scia del timbro incantatorio del viaggio sensoriale ivi connesso. Al pari del roboante ed esplicito spazio cerebrale di William. Ossessionato dal cupo pensiero di rimanere solo. Il chiodo fisso dell’incontro occasionale tramutato in batticuore fatale, dell’identità maschile schiava del mito delle armi, del coming out temuto dal ragazzo atterrito dalle regole della società tradizionale risulta estraneo al mero principio di verosimiglianza. Anteponendo alla tenue carica di critica sociale il mix tra associazione thrilling ed esperienza allucinogena. In cima ai tormentoni di Burroughs altresì ne Il pasto nudo. Che David Cronenberg seppe trasformare in un horror-scifi autenticamente misterioso ed ergo poetico. Lo stesso non si può dire di Guadagnino in Queer. Che stenta a vivisezionare l’alternanza di repressione, liberazione e sperimentazione, avvezza ad attribuire al consumo di sostanze stupefacenti il discutibilissimo surplus d’un test degno di rilievo, alla stregua dell’istante raggelato «in cui si vede quello che c’è sulla punta della forchetta» colto dal recettivo Cronenberg. La penuria d’acume, nascosta alla bell’e meglio dal sibilo del vento, dal ronzio suscitato dallo sdoppiamento fra realtà e sogno, dalla velleità di affrontare il prosequio degli eventi intimisti in chiave di solenne cerimonia stregonesca, nella giungla, alla ricerca dell’ayahuasca, per sconfiggere l’incessante sensazione d’inadeguatezza, traligna l’ambìto balzo in avanti, sul piano dell’epica acquisizione d’un riparo etico dal degrado imperante, in un drastico calo di livello. Ai limiti del ridicolo involontario. Sopperito alla carlona dalle modalità esplicative della sciamana della porta accanto che con le reprimende buoniste al tossico Lee, convinto di ricavare nuova linfa dal decotto psichedelico della pianta amazzonica denominata ayahuasca, impedisce quanto meno all’incursione nel solito tropicalismo estetizzante di essere presa troppo sul serio. Persino dagli incalliti estimatori dell’involuto Guadagnino. Attratto dai virtuosistici parossismi legati all’utopica predominanza dello spirito sulla materia esibita nel linguaggio dei corpi avvinghiati. Distanti mille miglia dall’elegiaca ed empatica perspicacia della tastiera dei semitoni coinvolti nel trasporto pederasta rigettato alla prova del nove in Chiamami col tuo nome.

L’ansia di mutare i disvalori in valori lo spinge così a confondere gli ammalianti indugi dell’aura contemplativa con la noia di piombo dei thriller inutilmente ascetici. Sprovvisti del brivido necessario ad assicurare alla crudezza oggettiva dell’impressionismo soggettivo, dell’insoddisfatto Lee nel caso in questione, il supporto dell’imprevedibilità. Che consente alla rappresentazione degli antieroi incapaci di uscire dalla prigionia della loro attanagliante frustrazione di diventare appassionante. Anziché di scadere nei frequenti sbadigli causati dall’impianto iterativo. Attinto da Guadagnino, come di consueto, all’agire quotidiano scandagliato in un contesto diametralmente opposto da Jeanne Dielman in 23 Quai du Commerce, 1800 Bruxelles. La modesta riuscita di Queer risiede infatti nella vanagloriosa imperizia di associare l’orrore del dolore alla pleonastica accuratezza scenografica e all’inane frenesia dell’azione perentoria. All’origine della battuta d’arresto dell’ispirazione genuina avvenuta con il remake del Suspiria di Dario Argento. L’azzardato mix di azione e contemplazione, alla base in particolare del previo Challengers, mostra così la corda. Tralignando lo spessore degli apologhi sul romanticismo di chi crede nell’amore a dispetto d’ogni delusione nel pietoso cerchiobottismo dell’imbonitore con le polveri bagnate. Che vorrebbe in una maniera o nell’altra catturare l’attenzione di tutti, dotti e sprovveduti, finendo, invece, per pescare nell’ovvietà degli accenti dei vani rompicapo. Daniel Craig, orfano dell’ottima interpretazione fornita nel ruolo virile per antonomasia di James Bond negli spigliati 007 movie, veste i panni dello scontento e alienato Lee all’epoca della conclusione del secondo conflitto mondiale aderendo ai rari slanci e alle copiose ubbie dell’ubriacone dal cuore tenero in costante guerra coi demoni privati come fosse un Humphrey Bogart sui generis. La psicotecnica recitatativa mandata ad effetto a tal fine paga dazio all’infecondo gigionismo degli istrioni. Che per rompere le forme convenzionali delle performance legate alla servitù del racconto dalla banalità, e apparire perciò originali, stramazzano nell’insulsa tetraggine. Aliena, nella reiterata molestia di spacciare per pulsione morale la lagna della convulsione cementata dalla disillusione, al clima magico e ossessivo attiguo ai meandri degli eterni sconfitti desiderosi di vincere. Esplorati dieci anni or sono da Guadagnino, ai tempi sul pezzo, in A bigger splash. Sciorinando un rifacimento del mélo La piscina diretto da Jacques Deray con la sagace lente d’ingrandimento analoga a quella esibita differentemente da Burroughs e Cronenberg ne Il pasto nudo. Smarrita la misura, che impedisce alla tentazione dell’iperbole di esacerbare il crescendo spasmodico unito alla ricerca dell’alterità, ed ergo delle preziose diversità in contrasto coi miasmi del cattivo gusto, Queer vaga a vanvera nella saccente dimensione plurivalente del piacere, del dolore, dell’oblio e dell’inappellabile seccatura. Frutto dell’inerzia mal celata. Che nelle battute decisive regna mestamente sovrana.
