Quel giorno d’estate: la non facile elaborazione del lutto

La Francia, si sa, negli ultimi anni è stato il paese maggiormente attaccato per quanto riguarda gli attentati terroristici.

Il cinema, dal canto suo, ci ha messo un po’ a metabolizzare la cosa prima di raccontarcela per immagini. A fare ciò, ci ha pensato il regista Mikhaël Hers con il suo Quel giorno d’estate, già presentato alla Mostra d’arte cinematografica di Venezia 2018.

Ciò su cui il cineasta si concentra, però, non è l’attentato in sé, quanto quello che succede dopo a coloro che hanno avuto modo di viverlo in prima persona. Così, prende il via la storia di David (Vincent Lacoste), ventenne che vive a Parigi e fa la conoscenza dell’affascinante Lena (Stacey Martin), con la quale inizia presto una storia. La vita del ragazzo cambia improvvisamente nel momento in cui – a causa di una sparatoria avvenuta in un parco – perde la vita sua sorella Sandrine (Ophelia Kolb), mentre Lena viene ferita. Il giovane resterà solo con la nipotina di sette anni Amanda (Isaure Multrier), che da quel momento dovrà crescere per conto suo.

Se mettere in scena una storia del genere comporta il rischio di scadere in banali luoghi comuni, Hers è riuscito, ad ogni modo, a dar vita a un prodotto tutto sommato onesto e pulito. Uno degli aspetti meglio riusciti di Quel giorno d’estate è soprattutto, la descrizione dell’elaborazione del lutto, sia da parte del protagonista che da quella della nipotina Amanda. La cosa viene fatta in modo assai empatico e mai scontato.

Il problema di un lavoro come il presente è, dall’altro canto, la scelta di inserire momenti eccessivamente ridondanti e, a tratti, persino stucchevoli (soprattutto per quanto riguarda i momenti relativi al finale). Molto probabilmente, lavorando di sottrazione, si sarebbe potuto ottenere un lavoro qualitativamente di gran lunga migliore. Eppure, che il regista si sia lasciato prendere eccessivamente la mano è anche una cosa prevedibile, dal momento in cui la storia che viene raccontata sta a rappresentare una ferita ancora aperta.

 

 

Marina Pavido