Querido Fidel: l’ironia stemperante dell’esordiente Viviana Calò

La regista pompeiana Viviana Calò ci ha messo indubbiamente il cuore nel film d’esordio Querido Fidel. Pervaso da una parte dal sentimento della nostalgia sia per il sogno infranto ai seguaci del livellamento egualitario sia per il lutto – tanto quello pubblico quanto quello privato – dall’altra dalla capacità di far ridere amaramente e di far riflettere ironicamente.

La riflessione ironica prevale quindi sulla funzione stemperante dell’ironia? Le gag di alleggerimento coesistono con l’ennesimo rimpianto del tempo perduto? La trama soffre di conseguenza d’impliciti squilibri nel coniugare due stilemi così diversi? E nel farlo fruga dentro la nostalgia, l’ironia e l’autoironia di tutti, compresi quelli che considerano i comunisti dei trinariciuti, ma condividono il sentimento?

L’incontrovertibile risposta agli interrogativi la forniscono, step by step, palmo a palmo, le tragicomiche peripezie del nostalgico Emidio. E con esse la rievocazione, si può dire storica, dell’ormai lontano 1991. Pochi mesi prima della fine in Russia del sogno comunista. Un incubo ad occhi aperti per chiunque preferisca allungare le gambe a chi le ha corte invece di accorciarle a chi le ha lunghe. Invertendo i fattori il sentimento della nostalgia potrebbe riguardare i seguaci del Movimento Sociale Italiano nel momento della cosiddetta svolta di Fiuggi. Avvenuta all’inizio del 1994. Senza cadere nell’infecondo qualunquismo, estraneo all’identità specifica della persona deputata a governare i vari fattori espressivi ed esprimere il proprio punto di vista sul mondo, giusto o sbagliato poco importa, Viviana Calò punta a catturare l’attenzione di tutti. Belli e brutti. Ma soprattutto mette in risalto la tomba delle illusioni. All’origine dello sradicamento degli individui dalla forza della consuetudine. Che alimenta invece i sogni, e ancor più le fisime, su entrambi i fronti. E basterebbe dare un’occhiata ai gruppi extraparlamentari delle opposte fazioni, da quella inneggiante la Patria alla consorteria che le preferisce la Patria socialista, per rendersi conto del punto in comune: il mito dell’assunzione dell’ideologia attraverso l’abito militaresco. Ed è con la divisa verde e il berretto della visiera in cotone che Emidio va in giro. Come gli (anti)eroi dei cartoni animati. Il carattere d’autenticità non paga perciò dazio alla deformazione caricaturale. Lo stesso discorso è estendibile al timbro macchiettistico. La cui percezione negativa, o limitante rispetto al periplo dei caratteri scandagliati in chiave solenne, col rischio, se non si è Bergman, di trascinare gli spettatori in una noia di piombo, non sfiora Viviana Calò. Alla quale va riconosciuto il merito di aver realizzato un film, non perfetto, ma, mai viziato d’intellettualismo. Giacché impreziosito dall’intensa levità che appartiene agli individui lungi dal prendersi troppo sul serio. Al contrario di Emidio. Che cade nel ridicolo involontario. Fonte, comunque, di spasso. Si tratta in ogni caso di risate affettuose. Perché in qualsiasi consorzio domestico c’è il matto di casa. Il fissato. La voce fuori campo del seguace dell’ex rivoluzionario cubano ci azzecca, viceversa, poco con la maestria di tratteggiare in allegria un carattere specifico.

La recitazione di Gianfelice Imparato – che nell’episodio Nino e Yoyo di Vieni a vivere a Napoli diretto dall’avveduto ed erudito Guido Lombardi, anch’egli nato all’ombra del Vesuvio nonostante il cognome dal richiamo nordico, si era già cimentato in un ruolo bizzarro ed eminentemente umano – rivela la piena cognizione dell’accento da dare al personaggio. Tale cognizione non rientra nella supercoscienza del Metodo Stanislavskij. Bensì trae linfa dal Teatro Naturalistico. Appreso nella compagnia di Mico Aldieri. Ed è stata abile Viviana Calò a servirsi dell’interazione tra consapevolezza e naturalezza per stabilire la giusta intesa con l’attore. Originario di Castellamare di Stabbia. Ma comunque credibile – grazie all’apprendistato compiuto sotto la guida del compianto Aldieri, direttore della rivista Ribalta, emblema della napoletanità – nei panni dello sciroccato di quartiere. Vico Santa Maria delle Grazie per la precisione. Gli elementi segnaletici connessi alla geografia emozionale, che conferisce al territorio designato a location lo status dell’attante narrativo in grado di riflettere gli stati d’animo, tradiscono i cascami programmatici delle modalità esplicative. La sezione che sostituisce l’insegna del Partito Comunista Italiano con quella del Partito Democratico della Sinistra, che riverbera sul versante della Destra il passaggio di consegne dal Movimento Sociale Italiano ad Alleanza Nazionale, appare piuttosto scontata. Al pari dei manifesti disseminati sui muri delle vie, degli indizi, delle sottolineature aliene alla sottigliezza dei semitoni. Mentre l’amore per i luoghi dell’anima risulta privo di acume, ad appannaggio dei cineasti avvezzi a garantire loro la virtù di determinare persino i modi d’agire degli abitanti, l’egemonia degli interni intimi sugli esterni pubblici convince appieno. Querido Fidel ricava infatti vigore dagli stilemi del cinema da camera. Sull’esempio di Ettore Scola nel cult autoctono La famiglia. In cui gli eventi si snodano in toto all’interno dell’appartamento. Il vero protagonista nel corso degli anni. La cucina dove la moglie Elena prepara pietanze alle soglie dell’esotico, per poi tirare le orecchie al marito nelle uscite scomposte e spassose che lo portano a un tiro di schioppo dalla carcerazione, il salone, il corridoio, gli spazi al chiuso, deliziati dall’incedere dell’eterea nipotina fedele all’ortodossia di nonno Emidio, al contrario del figlio, core ingrato, piantato dalla moglie yankee, eppure ancora fedele al modello consumistico a stelle e strisce, recuperano i semitoni buttati al vento nella riproduzione convenzionale dell’habitat all’aperto.

Eccezion fatta per qualche cortocircuito predisposto, insieme all’accorta fotografia, con l’uso della correzione di fuoco. Che sposta il focus dell’interesse sul mare, sui pescatori, sul senso d’appartenenza. Sull’eterno oro di Napoli divenuto oggetto di poesia sul grande schermo per opera dell’illustre Vittorio De Sica. Il nesso, sul piano dell’enigma da scoprire, della corrispondenza con Fidel Castro attinge all’umanissima verve di Alexander Payne in A proposito di Schmidt e, in modo più esplicito, all’assunto del malincomico affresco d’epoca Good Bye, Lenin! di Wolfgang Becker. Lo scoglio del déjà-vu viene superato col passare degli anni. Dieci per l’esattezza. Il funerale della persona amata, ed ergo il lutto per lo spirito celeste sulla terra che conta più della disciplina di fazione, conduce Querido Fidel sui binari di Nuovo cinema Paradiso. Ed è là coi ricordi e le fotografie che i nodi vengono al pettine. Senza cadere nell’impasse dei nani sulle spalle dei giganti: Viviana Calò dimostra di aver maturato una tenuta stilistica solida. Le freddure, il calore umano, l’astuzia parodistica, i duetti di Emidio con l’amico per la pelle revisionista, sull’esempio delle gag di Totò e Peppino De Filippo, non subiscono cali. Restano una costante. Appaiata al lutto per la perdita. Nel secondo tempo esce il peso specifico dell’intero racconto. Qua e là l’attinenza a Porta a Porta, che commemora De Gasperi, a cinquant’anni dalla scomparsa, e al nuovo millennio tralignano i giusti ragguagli in infecondi risalti. La scoperta del libro di ricette che segna l’approdo all’età adulta della nipotina, cresciuta secondo i dettami del capostipite sognatore, funge da lievito poetico. Non si avverte così l’incertezza d’impianto degli esami comportamentistici connessi al sovrappiù della retorica degli affetti. Ironia ed elegia proseguono il viaggio. L’opera di giustapposizione, scevra dal mero cerchiobottismo, chiude il cerchio in letizia. La nipotina è un tipo serio. Ma il nonno no: ne combinerà ancora di tutti i colori. Querido Fidel coinvolge pure i seguaci dell’egemonia dello spirito sulla materia. Contrari all’atomismo sociale di Castro. Come dicono i saggi: la politica divide, il cinema unisce. Ma guai a gridare al capolavoro: l’unica, autentica, fuoriclasse dell’intero ambaradan è Alessandra Borgia (Elena). Che, con buona pace del materialismo storico e dialettico, incarna al meglio lo spirito di Napoli: l’austera ed espressiva mimica facciale saldata alla sapida vulgata napoletana, ritenuta dall’Unesco patrimonio per l’umanità, subentra alla desacralizzazione dei vincoli di suolo e di sangue con la sacralità dell’angelo del focolare.

 

 

Massimiliano Serriello