Raccolto amaro: un dramma in costume dalle pietre oscure della storia

Raccolto amaro racconta Holodomor, una delle più grandi e brutali tragedie del Novecento. No, chi non lo conosce non è poco informato, perché l’holodomor appartiene a quelle vicende interne al totalitarismo sovietico che sono state colpevolmente o colposamente dimenticate, poco analizzate o, semplicemente, ignorate dall’opinione pubblica.

Tra il 1932 e il 1933 i bolscevichi sequestrarono di tutto, arrivando a giustiziare chiunque violasse la legge e levando le più piccole porzioni di cibo. Stalin aveva già in programma di assoggettare tutta la florida campagna Ucraina e fu per questo avviata una attività di persecuzione degli intellettuali, al fine di rafforzare il Regime attraverso l’eliminazione spiccia di ogni contrapposizione.

Ogni velleità di autonomia della popolazione Ucraina era soffocata sul nascere e la conta delle vittime, a tutt’oggi, è diffiicile se non impossibile, stante l’impossibilità di trovare fotni certe. Sta di fatto che il termine “moryty holodom” vuol dire uccidere affamando.

George Mendeluk ha allora pensato di attingere a questo immenso bacino narrativo, pressocché inesplorato, per il suo Raccolto amaro, e l’operazione revisionista sarebbe anche ottima, se non fosse che sotto il profilo prettamente filmico e cinematografico si scontra con un’incredibile povertà di messa in scena e di una sceneggiatura che affianca malamente l’impianto storico con quello romanesco.

Ingenuità di messa in scena (con inenarrabili slow motion agresti), una storia d’amore che sembra uscita da una penna del secolo scorso non per naivete, ma per mediocrità di suggestioni, sono alla base di una regia che tenta, senza riuscire, di contrapporre bene e male dividendo però in maniera manichea, sprecando il potenziale emotivo della materia.

Mendeluk non dirige bene i suoi attori, non sa dosare le emozioni, non sa bilanciare il ritmo, non riesce a dare il benché minimo impianto cinematografico all’opera, che rimane (malgrado la bontà del suo valore divulgativo) una brutta copia di un brutto film tv.

 

 

GianLorenzo Franzì