Rapina a Stoccolma: la sindrome di Noomi Rapace

Rapina a Stoccolma, ovvero l’origine della famosa sindrome legata alla simpatia che si genera tra ostaggi e rapinatori o rapitori.

Valida l’idea di farne un film, meno valida quella di scegliere attori stranieri (va bene che bisogna fare un film in lingua inglese per venderlo in tutto il mondo) e, di conseguenza, romanzare gli eventi presi da una storia vera ma assurda e prendere per protagonisti Ethan Hawke e Mark Strong per i ruoli di rapinatori svedesi.

Un Discorso a parte merita l’unica svedese doc, Noomi Rapace, la quale tiene bene il film e, anzi, in parte lo salva. Sarà perché con quei grandi occhiali anni Settanta risulta ancora più bella e brava.

La storia ricalca in parte quella reale, ma con troppe licenze ed una regia approssimativa da parte di Robert Budreau, che non è assolutamente uno alle prime armi ma che, purtroppo, non riesce appieno e rendere credibile il tutto.

Il risultato non è un drama, neanche un comedy, diciamo una sorta di ibrido in cui, forse, solo i bravi attori riescono in parte a mitigare la storia che non fa presa. Il bravo Christopher Heyerdahl, che ha fatto lo svedese nella serie tv Hell on wheels ma che è un bravissimo attore canadese, lo troviamo nei panni del commisario Mattsson e ci rende un personaggio davvero valido e sopra le righe, aiutato anche da altri lodevoli caratteristi.

Da non sottovalutare la splendida colonna sonora, con tanto Bob Dylan, che rende bene l’atmosfera seventies in una Stoccolma perfettamente ricostruita per l’epoca.

Ma, nonostante l’idea di partenza fosse affascinante (anche perché , svedesi a parte, pochissimi sanno che la vera origine della sindrome di Stoccolma nasce da questa strana rapina che si è verificata nell’agosto del 1973), l’idea di condensarla in un film atto a mostrare come i sequestratori fossero più vicini agli ostaggi di quanto non lo fossero quelli che dovevano salvarli, non riesce nel suo intento.

 

 

Roberto Leofrigio