A quiet place – Un posto tranquillo, urla del silenzio

Lei possiede i connotati della Emily Blunt di Edge of tomorrow – Senza domani, lui quelli del marito John Krasinski, attore dalla carriera ventennale che, pur avendo già maturato esperienze dietro la macchina da presa, con A quiet place – Un posto tranquillo si cimenta per la prima volta nell’horror.

Coppia sposata anche nella finzione della circa ora e mezza di visione in questione, infatti, insieme a due figli non troppo piccoli si ritrovano immersi in un’ambientazione rurale appartenente, a quanto pare, ad un’epoca futura successiva a quella che è stata, probabilmente, una sorta di fine del mondo.

Una situazione che, fin dall’avvio, provvede a stimolare nello spettatore la curiosità nei confronti di ciò che sta accadendo, tanto più che i diversi soggetti che si trovano in scena parlano tramite il ricorso a gesti, se escludiamo due o tre fugaci battute.

E il motivo di tale bizzarro aspetto è presto spiegato: sono costretti a stare in silenzio per evitare che una mostruosa presenza sanguinaria che si aggira per la zona li massacri, in quanto in grado di individuarli solamente attraverso suoni e rumori.

Una trovata di sceneggiatura destinata a contribuire non poco all’escogitazione di atipici stratagemmi narrativi tutt’altro che vicini alle quasi sempre banali soluzioni sfruttate dal cinema di paura d’inizio terzo millennio, prevalentemente rappresentato da found footage e assortite miscele di ghost story e possessioni demoniache.

Perché, non potendo contare su una classica evoluzione accompagnata, appunto, dai dialoghi, Krasinski punta intelligentemente tutto sulla tensione psicologica generata dalla loro assenza e dall’atmosfera quasi muta che non aspetta altro che essere improvvisamente interrotta dalle più o meno inaspettate irruzioni della creatura (e il comparto sonoro, ovviamente, svolge il proprio fondamentale compito).

Creatura le cui prime, fugaci apparizioni la lasciano immaginare in qualità di sorta di gigantesco aracnide, per poi rivelarsi splendidamente in tutta la sua forma, ricordando sia il Venom nemico di Spider-man che la fisicità dello xenomorfo di Alien e del demone della saga Pumpkinhead.

Al servizio di un’operazione che, prodotta dalla Platinum Dunes di Michael Bay, sembra guardare in parte a Signs di M. Night Shyamalan, in parte a 10 Cloverfield lane di Dan Trachtenberg, risultando, però, decisamente più riuscita e coinvolgente di quest’ultimo esempio… complici in particolar modo tesissimi momenti come la sequenza che si svolge all’interno del silos pieno di mais e quella del parto nella vasca da bagno, sapientemente giocata sul montaggio alternato.

 

Francesco Lomuscio