Recensione: Félicité di Alain Gomis

Félicité

Félicité  (Véro Tschanda Beya) è una donna di Kinshasa (Congo) che vive grazie al suo lavoro di cantante in un locale. La sua serenità viene messa però a repentaglio da un grave incidente stradale che coinvolge Samo (Gaetan Claudia), il figlio adolescente.

Félicité: la caduta e il ritorno di una donna forte

Félicité. Questo è il nome ossimorico della protagonista del film: è con forza e determinazione che, infatti, la donna deve mantenere intatta la propria felicità. Il grave incidente che coinvolge il figlio metterà in effetti a soqquadro la vita di Félicité che dovrà contare solo sulle proprie forze per pagare le medicine e le cure specifiche, in un paese come il Congo in cui il sistema sanitario è più che precario. Félicité perderà la speranza, ma non per molto: tra simboli d’Africa e la riscoperta dell’amore, ci sarà per lei una seconda possibilità in questo bellissimo film di Alain Gomis.

Scopriamo Kinshasa e la sua povertà

Nelle inquadrature di strade polverose, di un povero ospedale, di gente smagrita, scopriamo Kinshasa, la capitale della Repubblica Democratica del Congo. La povertà delle strade e della gente è disarmante, come è disarmante il continuo fare a botte, le risse e il selvaggio che questo popolo arrabbiato conserva e fa trapelare nei momenti di musica, di festa. Colpiscono i tentativi falliti di Félicité di pagare le cure per la gamba del figlio: allora, è vero che solo i ricchi possono permettersi la sanità, ma di ricchi in questo Paese ce ne sono pochi.

Femminile e povertà: i deboli secondo Alain Gomis

Félicité è il film vincitore del Gran Premio della Giuria del Festival di Berlino 2017. E a ragione: Alain Gomis ha mostrato una particolare sensibilità sia nei confronti della psicologia femminile, sia verso la condizione sociale ed economica dell’Africa. Il regista, francese di origine senegalese, si avvicina per la prima volta al Congo grazie a questo film, ma ha cercato di mantenere un punto di vista occidentale. Per questo motivo, il film può essere compreso e amato anche da uno spettatore non africano, il quale può però rimanere parimenti affascinato dai simboli di Mamma Africa presenti nel film. Ne è un esempio l’okapi, animale caro ai congolesi, che apparirà a più riprese nelle scene oniriche di Félicité.

Nei sogni di Félicité e poi… il sogno della realtà

Cruda realtà, quindi, ma anche sogno: Alain Gomis ci regala delle bellissime sequenze oniriche in cui vediamo Félicité perdersi nella notte e vagare nella foresta. A un certo punto, la donna entra in acqua – simbolo tradizionalmente legato all’onirico – e abbiamo paura che possa perdersi per sempre, ma è proprio in quel momento che ritrova la forza, quella forza che solo una madre può possedere. Riscopre prima di tutto il piacere della musica, il suo lavoro e il simbolo della sua indipendenza come donna. A sostenerla, un buffo aggiustatore di frigoriferi, Tabu (Papi Mpaka) che le ridarà coraggio e voglia di vivere o, in breve, felicità.