Recensione: Lady Macbeth, da contadina a perversa dark lady

Lady Macbeth locandina

Lady Macbeth di William Oldroyd è il ritratto di una giovane contadina che si trasforma in una dark lady, ingenua e perversa. Un piccolo capolavoro, un’opera prima sorprendente.

Una dark lady a metà tra Hardy e Shakespeare

In Lady Macbeth siamo nel 1865: campagna inglese, tra brughiere e nebbia. La diciassettenne Catherine (Florence Pugh al suo primo ruolo da protagonista) è data in sposa per un pezzo di terra a un uomo senza qualità, rampollo di una ricca famiglia. Alexander (Paul Hilton) non si sa bene perché la sposi e, più che un essere spregevole, l’uomo è indifferente alla ragazza, al punto che preferisce masturbarsi tenendola di spalle e nuda, piuttosto che accoppiarsi con lei anche solo per qualche minuto. La vita nel castello per Catherine prosegue lenta, noiosa, costretta a rispettare le rigide imposizioni del protocollo a cui è sottoposta in quanto donna di rango. E lei non fa che obbedire, dormire, sbadigliare e guardare il mondo dalle finestre di casa. Un giorno suo marito Alexander e il suocero Boris (Christopher Fairbank) devono partire perché una loro miniera ha preso fuoco e lasciano Catherine sola con la servitù e gli uomini delle stalle. Qualche giorno e la giovane donna viene attratta dalla sfrontatezza di un bracciante, Sebastian (il cantante Cosmo Jarvis) con il quale inizia quasi da subito una storia fatta di sesso e di amore. Questo intenso rapporto diventa per Catherine il tutto di una vita e lei è pronta ad aggrapparsi a questa illusione e a scendere tutti i gradini del degrado morale…

Un’opera prima sorprendente per scrittura e regia

Lady Macbeth è tratto dal primo romanzo dello scrittore ottocentesco russo Nikolaj Leskov (1831 – 1895), Lady Macbeth nel Distretto di Mcensk pubblicato nel 1865; Willliam Oldroyd – uno dei registi teatrali inglesi più importanti, alla sua prima pellicola – realizza un’opera sorprendente, quasi un piccolo capolavoro per rigorosità formale, per scelta registica (mai un momento eccessivo o inutile, mai un’inquadratura superflua) e con una sceneggiatura quasi perfetta per compattezza e rigorosità. Alcune scelte estetiche, come le atmosfere cupe, fanno ripensare gli ultimi film di Bergman e in particolare a Fanny e Alexander. L’idea narrativa di Oldroyd è di raccontare di una diciassettenne, figlia di modesti contadini che, nonostante una vita prestabilita e avversa, combatte con determinazione per la sua indipendenza, ma la cui lotta sfocia lentamente in una ambiguità morale che porterà questa quasi ancora adolescente, ad una vita ancora più prigioniera, solitaria e drammatica. La protagonista passa in poche settimane da un’innocenza fatta di obbedienza e di sentimenti semplici e subalterni ad una maturità ambigua, feroce, violenta moralmente. Sembra recepire con facilità l’ipocrisia e la violenza della società e per liberarsene acquisisce tutte le doti di una donna malvagia e senza scrupoli. Un personaggio che fa ricordare il Nietzsche che scrive «Chi lotta contro i mostri deve fare attenzione a non diventare lui stesso un mostro». La sceneggiatura è stata scritta dalla drammaturga Alice Birch che naturalmente si è ispirata al Macbeth di Shakespeare, ma probabilmente anche all’adattamento di Shostakovich del 1934 (opera che fece infuriare Stalin) e un piccolo debito narrativo lo deve anche all’Andrzej Wajda che nel 1962 realizzò il film La signora Macbeth siberiana. In questa versione viene mostrata una sua sensualità sovversiva, modificandone in parte le motivazioni dello sviluppo della storia, disegnando i temi dell’abuso, della violenza sulla donna, della razza (in un’Inghilterra vittoriana a forza bianca è tuttavia strano vedere tante persone di colore, dalla cameriera Anne, al figliastro, alla nonna e anche in parte all’amante) e di conflitto di classe (solo accennato). Troviamo qui e là suggerimenti enigmatici di back story che aiutano solo in parte a spiegare la direzione improvvisa che cambia, mentre nel classico terzo atto prende un po’ il sopravvento la denuncia sociale quasi tossica.

Un film eccellente come il cast

Un debutto alla regia quasi eccezionale, una fotografia splendida, come fuori dal comune le scenografie e i costumi; naturalmente c’è da segnalare anche il montaggio, che rende l’opera fluida e ben ritmata anche nei momenti più drammatici. Un cast perfetto, con al centro la appena ventenne Florence Pugh (già segnalata per i Premi Bafta inglesi), di cui certamente   sentiremo parlare, e che in quest’opera riesce a sfruttare al meglio l’occasione offertale e diventare un tutt’uno con l’ambiente, tra l’immobilità degli interni e la spregiudicatezza degli esterni ventosi. Efficaci e credibili sono anche Cosmo Jarvis (Sebastian) e Paul Hilton (il marito, un bravo attore di teatro inglese un po’ relegato a un ruolo marginale), ma vanno certamente segnalate Naomi Ackie (Anna, la cameriera che assiste a tutto e per questo perde la voce rimanendo muta e terrorizzata) e Golda Rosheuvel (Agnes, una perfida e glaciale nonna del figlio bastardo di Alexander).

Abbiamo visto Lady Macbeth, regia di William Oldroyd. Con Florence Pugh, Cosmo Jarvis, Paul Hilton, Naomi Ackie, Christopher Fairbank. Genere Drammatico – Gran Bretagna, 2016, durata 89 minuti. Uscita cinema: giovedì 15 giugno 2017, distribuito da Teodora Film.

Voto 9

di Domenico Astuti