Recensione: Le cose che verranno, Isabelle Huppert e una vita a rotoli

Le cose che verranno

Isabelle Huppert è l’ottima protagonista de Le cose che verranno – L’Avenir, in cui interpreta un’insegnante la cui vita le naufraga addosso e che la costringerà ad affrontare molti cambiamenti.

La vita cambia improvvisamente

In Le cose che verranno, Nathalie è sposata da venticinque anni con un uomo anche lui insegnante di Filosofia, tranquillo, distaccato, gentile e culturalmente vicino ai situazionisti. Ha due figli ormai grandi, anche loro gentili e sempre sorridenti, e una madre che vive da sola, quasi anziana, ansiosa e che avrebbe bisogno di compagnia. Nathalie vive in modo abbastanza frenetico, tra il liceo, la casa, gli studi filosofici con relativi interrogativi morali, la casa editrice per cui collabora e le ripetute corse a casa della madre che la chiama e minaccia di suicidarsi oppure dice di stare morendo. Questa è la sua vita quotidiana, pur priva di amicizie affettive e ne sembra soddisfatta, ma d’un tratto tutto le crolla addosso, non in maniera fragorosa ma come se avesse dei piccoli incidenti familiari; la serena confessione del marito che la lascia per una donna più giovane, la morte della madre, ricoverata in una casa di riposo, le scelte esistenziali che lei ritiene sbagliate del suo allievo prediletto, il licenziamento dalla casa editrice. Tutto questo sicuramente la disorienta (non come Gena Rowlands nel film di Allen), ma continua la sua esistenza buttandosi tutto alle spalle e probabilmente cercando dei nuovi equilibri a causa della nuova libertà e della sua nuova condizione.

Nathalie, donna particolare

Come spesso si dice degli autori, che in fondo fanno sempre lo stesso film, Mia Hansen-Løve con quest’ultima pellicola continua a scandagliare i suoi temi preferiti: il tempo che passa, i sentimenti che cambiano, la perdita di ciò che si ha e il ritorno alla vita dopo dei drammi. Questa volta però c’è qualcosa di un po’ differente, e la regista francese si allontana dai suoi personaggi giovanili indagando su una donna che si avvia, con splendida frenesia e forza, verso l’età della solitudine. Quale sarà l’avvenire di Nathalie? Probabilmente una vita piena di lavoro, studio e di solitudine emotiva. Perché la cinquantacinquenne professoressa di Filosofia di un liceo borghese parigino è una donna che non riesce a vivere ciò che le capita, non riesce a provarci con gli affetti e a combattere per essi. Nonostante la maturità e un certo modo decisionista, fa fatica a mettere in pratica le sue alte conoscenze teoriche con la realtà e non si fa mai attrarre e coinvolgere dalla normale logica dei sentimenti che probabilmente le appaiono lontani se non sfuggenti e inutili. E’ una donna che quando le capita qualcosa di negativo, sospira giusto un attimo e la frattura è già alle spalle. Il marito la lascia dopo venticinque anni e lei scuote la testa stupita come davanti a qualcosa a cui non ha pensato teoricamente, e sembra provare rabbia solo perché lui si porta via alcuni libri; muore la madre e lei pensa solo a fare un funerale ben fatto; le chiudono la collana di libri che cura e lei sbuffa e si allontana dai due ragazzi della casa editrice che deve trovare fastidiosi, se non sciocchi; forse rimane male solo quando il suo allievo prediletto – un giovane uomo, ormai un filosofo anche lui, con la fissa per Adorno e la scuola di Francoforte e con tendenze anarchiche – le fa notare qualcosa sul suo atteggiamento e allora durante la notte piange sommessamente per poi ripartire per casa lasciando la comune in campagna in cui vive il suo ex allievo. Nathalie è un’ottima insegnante, libera e libertaria più col pensiero che non con la coscienza emotiva, è sincera, assai affidabile e leale ma sembra che il suo mondo emotivo sia ormai schiacciato dal suo mondo intellettuale e, quando i suoi studenti scendono in sciopero più per motivi che riguarderebbero lei (il diritto alla pensione) e non loro, prova solo fastidio per l’intralcio alle sue lezioni e l’ingenuità dei ragazzi che perdono lezioni scolastiche.

Una regista fuori dal comune

La trentacinquenne Mia Hansen-Løve è una regista fuori dal comune (come d’altronde suo marito, il regista sessantenne Olivier Assayas), banalmente si potrebbe definirla una bo.bo. d’antan, ambiziosa, molto intellettuale, temeraria nel presentare il suo cinema dal carattere essenziale (il montaggio crediamo sia uno dei suoi cavalli vincenti) e in fondo talmente oggettivo da sembrare analitico se non asettico (suoi sono Tutto è perdonato, Il padre dei miei figli e Un amore di gioventù). Con Le cose che verranno – L’Avenir fa ancora un salto ulteriore in una maturità artistica difficilmente riscontrabile in una trentenne. Benché abbia vinto l’Orso d’Argento per la miglior regia al Festival di Berlino del 2016, risulta più un film di sceneggiatura che non tanto di regia, infatti il dialogo e le citazioni filosofiche prendono assolutamente il sopravvento sulle immagini che sono sempre in un alveo prevedibile, mentre i personaggi di contorno purtroppo sembrano delle figurine un po’ schematiche e prive di una loro reale identità, sembrano girare intorno alla brava Isabelle Huppert come personaggi di una trottola a lei funzionale.

Abbiamo visto Le cose che verranno – L’avenir regia di Mia Hansen-Løve. Con Isabelle Huppert, André Marcon, Roman Kolinka, Edith Scob, Sarah Lepicard. Genere: Commedia drammatica – Francia, 2016, durata 100 minuti. Uscita cinema giovedì 20 aprile 2017 distribuito da Satine Film.

Voto: 7,5

 

Domenico Astuti

(revisione e impaginazione Ivan Zingariello)