Recensione: L’infanzia di un capo, al cinema dopo i premi a Venezia

L'infanzia di un capo

L’infanzia di un capo di Brady Corbet, rifacendosi all’omonimo racconto di Sartre, analizza tre diversi momenti della turbolenta infanzia di un futuro capo, mostrando i freddi rapporti umani tra i membri della classe agiata.

I tormenti dell’Infanzia di un capo

Ne L’infanzia di un capo siamo in Francia, tardi anni ’10 del Novecento: la Grande Guerra sta per concludersi e gli americani si apprestano a ricostruire rapporti politici e di mercato con il Vecchio Continente. In questo contesto storico il padre di Prescott (Liam Cunningham) si trasferisce con moglie (Bérénice Bejo) e famiglia da New York alla piccola città francese: l’aiutante del Segretario di Stato, infatti, ha il compito di gestire i rapporti in Francia. A risentire di questo cambiamento di domicilio e dell’assenza dei ricchi genitori, presi da questioni molto più importanti di lui, è proprio il piccolo Prescott (Tom Sweet), il quale sviluppa un comportamento dannoso e abbastanza aggressivo specialmente nei confronti della madre.

Tratto da Sartre: tra psicologia e rapporti personali

Era il 1939 quando Jean-Paul Sartre scrisse L’infanzia di un capo, contenuto nella celebre raccolta Il muro. Il racconto, analogamente al film, narra in un’ottica psicoanalitica dei rapporti di Lucien Fleurier con il mondo degli adulti per giustificarne la condotta narcisistica e violenta che assumerà una volta cresciuto. Il film, tuttavia, pur ispirandosi chiaramente al racconto conserva ben poco del modello originale: più che i processi psicoanalitici, ciò che sembra interessare il regista Brady Corbet è l’intrecciarsi delle relazioni e il raffreddarsi dei rapporti umani della classe agiata. Il film, infatti, si sofferma con particolare sensibilità sul rapporto tra Prescott e la madre, ma anche sulle aspettative e le condizioni di vita di una classe dimenticata di lavoratrici : le cameriere, le domestiche, le insegnanti private, le quali in un certo senso mandavano avanti la società durante gli anni della guerra.

Mancanza di affetto familiare genera violenza

Il tema del patriarcato e della violenza familiare è altresì presente: i genitori di Prescott non tardano a ricorrere alla violenza o a metodi coercitivi per imporre una giusta condotta al figlio. Assistiamo a maltrattamenti sia fisici, come la proibizione di cenare, che psicologici, come l’allontanamento dell’amata domestica Mona da parte della madre, gelosa forse dell’influenza di quest’ultima sul figlio. A poco servono questi comportamenti: la condotta di Prescott non cambia, anzi peggiora, poiché non gli viene dato ciò che desidera, ovvero l’affetto familiare.

Un film narrativo, ma a suo modo ricercato

Un grande film in costume, preciso in ogni suo punto, ma anche attento alla soggettività, sebbene questa non sia il fine ultimo dell’opera. A parte i riferimenti colti che vengono citati espressamente sui titoli di coda (Hannah Arendt, Robert Musil, naturalmente Jean-Paul Sartre), il regista sembra aver studiato bene anche un certo tipo di linguaggio cinematografico: un cinefilo attento non potrà non pensare a Tarkovskij durante il traveling in avanti in una casa desolata, offerto dalla scena onirica di Prescott. Non è un caso se anche qui la figura ricercata sia la madre. Altre inquadrature, sfruttando immagini mosse e fuori fuoco, mettono in evidenza un particolare stato emotivo o uno stato di confusione, nonostante l’accento del regista cada decisamente sulla narratività.

Gli interpreti e i premi a Venezia

Quello di Liam Cunningham è un personaggio importante, ma tutto sommato marginale, nonostante sia rappresentato con un carattere forte e poco disposto ad atti di tenerezza. Oltre alla magistrale interpretazione del piccolo e pestifero Tom Sweet, quella più a fuoco risulta essere Bérénice Bejò, che riesce a dare spessore al proprio personaggio non stereotipato solo nel ruolo di madre poco attenta, né in quello di donna borghese. Completa il cast Robert Pattinson nel ruolo di Charles Marker, rovescio (positivo) della medaglia che mostra il lato buono degli odiati tedeschi. Il film sbarca in Italia quasi due anni dopo aver vinto alla Mostra del Cinema di Venezia il premio per la miglior regia nella sezione Orizzonti e il Leone del Futuro per la migliore opera prima.

L’infanzia di un capo (The childhood of a leader) di Brady Corbet uscirà nelle sale italiane giovedì 29 giugno, distribuito da Fil Rouge Media.

Voto 8

di Antonella Stelitano