Recensione: Ready Player One, ritorno al passato

Da qualche anno è evidente che la maggior ispirazione cinematografica per molti autori cinematografici viene direttamente da quel decennio che, se non può essere considerato il migliore a livello artistico, è stato, indubbiamente, quello che ha fatto emergere al massimo della forma la creatività, favorendo la nascita di veri e propri sogni su celluloide.

Stiamo parlando, ovviamente, degli anni Ottanta, epoca in cui “tutto era possibile” (citando uno dei fantasy di maggior successo di quel periodo) e che, ancora, oggi, intende rimanere pulsante nell’immaginario collettivo.

Un periodo di grande creatività che in parecchi desiderano eguagliare, cercando di sfruttare le sempre più rivoluzionarie tecnologie della CGI e concetti articolati nella costruzione delle trame.

Ed era intuibile non solo che, prima o poi, tutto ciò avrebbe toccato un’apoteosi, ma anche che tale picco sarebbe raggiunto da Sua Maestà Steven Spielberg, ovvero colui che ha dato un perché alla fantasia anni Ottanta.

Stavolta il papà di E.T. volge lo sguardo verso un famoso libro di Ernest Cline datato 2010, decidendo di chiudere un personale cerchio che ha aperto oltre trent’anni fa, perché tramite Ready Player One ci conduce in una nuova avventura al di là della fantasia, grazie ad una trama futuristica che muove i passi in una società ormai totalmente schiavizzata dalla realtà virtuale.

Infatti, siamo nel 2045 e la Terra non è più un luogo facilmente vivibile, considerando che ovunque vige un tenore di vita molto poco piacevole e che l’unico modo per evadere è rappresentato dall’isolamento in OASIS, universo virtuale creato del defunto James Halliday (Mark Rylance) e dove è possibile partecipare ad una caccia al tesoro in mezzo a corse automobilistiche e battaglie sanguinarie.

Tra i giocatori vi è il giovane Wade Watts (Tye Sheridan), il quale riesce a differenziarsi dagli altri quando entra in possesso di una delle chiavi segrete che Halliday ha messo in palio per la sua gara virtuale, obiettivo mai raggiunto da nessuno

Obiettivo che segna l’inizio di un vero e proprio conflitto con il magnate Sorrento (Ben Mendelsohn), il quale non può permettere che Wade completi ulteriori enigmi che prevedono la conquista di altre due chiavi segrete.

Un conflitto per il dominio di OASIS che si combatte a suon di fantasia citazionista e spettacolare, perché il testo di Cline finisce per rappresentare per il Re Mida di Hollywood – reduce dal veritiero The Post – la giusta occasione attraverso cui regalare a fan e spettatori qualcosa che potesse fare il punto sull’attuale richiamo attuale alle icone pop di ogni arte, che si tratti di cinema, musica, fumetto e così via.

Del resto, questa storia di universi virtuali abitati dalle menti di ogni abitante del mondo è immediatamente accostabile ai nostri tempi multimediali, in cui chiunque vive dietro a social assortiti e applicazioni su cellulare.

Una storia che riesce a sbrogliare una morale in riguardo muovendosi in una struttura – su script steso da Cline stesso e dallo Zak Penn sceneggiatore di Last action hero – L’ultimo grande eroe – memore del magnifico decennio di cui sopra, con personaggi e controparti nemiche che stanno ad un gioco dei rimandi mai così commovente, se si è abitanti ed amanti di una cultura nerd a tutto tondo.

La DeLorean di Ritorno al futuro, la moto di Akira, il T-Rex di Jurassic park, King Kong, il Signore degli incubi Freddy Krueger, lo squarta-campeggiatori Jason Voorhees, la bambola assassina Chucky, MechaGodzilla contro Gundam, Il gigante di ferro di Ted Hughes, i vestiti di Buckaroo Banzai, Robocop, la Batmobile, i giochi Atari sono soltanto alcuni degli elementi tirati in ballo in una mega baraonda pop accompagnata dalla ammaliante colonna sonora a cura del grande Alan Silvestri (da lacrimuccia le strizzate d’occhio al sound di Back to the future), comprendente anche pezzi dei Van Halen, di Prince, di Joan Jett e dei Twisted sister.

Una lista di personaggi, nomi ed oggetti di culto che, oltretutto, scatena in zio Steven anche un acuto senso dell’ironia, lasciandosi andare in risate anche con la fama creatasi attorno a suoi illustri colleghi (non mancano un intero livello di gioco ambientato dentro Shining di Stanley Kubrick, l’utile “cubo di (Robert) Zemeckis” che consente di tornare indietro nel tempo e un ironico test di arguzia nerd incentrato sul cinema di John Hughes).

Ready Player One è quella consapevole conferma di un autore conscio di aver aperto oltre tre decenni fa la strada ad una nuova corrente di pensiero e che intende ora chiudere quel discorso con questo omaggio che va oltre le aspettative, immergendo lo spettatore nell’atmosfera di in un cinema che sfoderava una degna morale a suon di allegorica fantasia, aspetto oggi ineguagliabile.

 

Mirko Lomuscio