Recensione: Shelley (2016)

”Una coppia di coniugi danesi, Louise e Kaspar, desiderano ardentemente avere un bambino. A Louise, però, non è possibile concepire un figlio e, insieme, chiedono ad Elena, la loro cameriera rumena, di farlo al posto suo. Elena accetta di fare da madre surrogata e rimane incinta, ma quello che porterà in grembo non sarà un semplice bambino…”

Seconda opera di Ali Abbasi, ”Shelley”  è un prodotto tanto interessante, quanto poco originale.
L’intento non è realmente chiaro allo spettatore, perché si finisce col pensare:”per quale scopo?”
Con una fotografia tutt’altro che dozzinale, ”Shelley” ci mostra la bellezza della natura, l’attraente quanto inquietante Danimarca: da un lato traspare la meraviglia dei paesaggi, dall’altro, notiamo quanto essi occultino l’orrore. Ciò che è bello non sempre è buono.
Ci troviamo di fronte ad un dramma-horror, sulla scia de ”La mano sulla culla”, ”Antichrist” e, soprattutto, il cult di Polanski ”Rosemary’s Baby”… perché il fulcro, è tutto lì.
Più che una nuova opera a sé stante esso può essere comparato come un fratello minore del classico sopra citato.
Un’imitazione, no?

Da canto suo, Abbasi ha voluto logicamente omaggiare Roman Polanski con una sua opera quasi primaria, mostrandosi così al mondo al 66esimo festival di Berlino.
Lo svolgimento della trama è intrigante, con un ritmo che va in crescendo, ma che è, negativamente, fin troppo lento. E il lento, si sa, tende a tediare.
L’orrore lo abbiamo in ciò che accade a Elena durante la gravidanza, nel suo stato quasi catatonico e distrutto e, lo vediamo, in complicità, nella natura.
Frasi sussurrate, silenzi fin troppo lunghi e pochi e brevi dialoghi, rendono ”Shelley” poco coinvolgente.
Susseguendosi con delle scene con più azione, il film esplode nel finale, un finale del tutto inconcludente.
L’unico fattore che regge per tutta la sua durata, è la buona interpretazione di Cosmina Stratan nei panni della protagonista, Elena, la genitrice del male e la recitazione convincente di Ellen Dorrit Petersen nei panni di Louise, la vera madre.
In finale, scenografia, idea originaria e scenari superlativi ma utilizzati male: un film ammiccante ma deludente.
Un’occasione davvero sprecata per Abbasi.