Recensione: Sono tornato, un Duce in salotto

Tratto dal bestseller scritto dal giornalista Timur Vernes, venduto in oltre due milioni di copie nella sola Germania e i cui diritti di traduzione sono stati autorizzati in quarantuno territori comprendenti Stati Uniti, Inghilterra, Francia, Russia, Giappone e Cina, Lui è tornato di David Wendt inscenò nel 2015 il risveglio di Adolf Hitler nella Berlino del XXI secolo, trasformandolo in una vera e propria star del piccolo schermo, dove comandano produttori e ambiziosi uomini dei media pronti a tutto pur di ottenere audience, successo e, soprattutto, denaro.

Nel tentativo di mettere in maniera ironica la società davanti ad uno specchio, un riuscitissimo attacco in fotogrammi alla televisione quale potente mezzo che, in mano a loschi individui e politicanti pronti a camuffarsi da brillanti comici, finisce spesso sfruttato per diffondere non sempre condivisibili ideali.

Un riuscitissimo attacco che Luca Miniero – regista di Benvenuti al sud e Un boss in salotto – cerca di rileggere attraverso Sono tornato, nel quale, magistralmente incarnato da Massimo Popolizio, è il fondatore del Fascismo Benito Mussolini a ritrovarsi nella Roma odierna, capitale di una nazione i cui esponenti di destra si vergognano di dire che sono di destra e quelli di sinistra di dire cose di sinistra.

Un Benito Mussolini che crede quasi di trovarsi ad Addis Abeba nel vedere strade tempestate di africani in circolazione e che perde i sensi quando legge che i matrimoni tra omosessuali vengono approvati; man mano che, pensando si tratti di un comico mascherato, lo sfortunato documentarista Andrea Canaletti decide di renderlo protagonista di un suo lavoro che potrebbe finalmente consacrarlo al mondo del cinema.

L’Andrea Canaletti che è, però, un Frank Matano molto poco convincente ad interpretare, durante un percorso che, tra viaggi in giro per lo stivale tricolore e cantate in automobile de L’italiano di Toto Cutugno, come nel lungometraggio originale include anche testimonianze della gente comune sulla falsariga delle candid camera e l’approdo in uno show tv.

Del resto, mentre ci si chiede chi siano i buoni e chi i cattivi in un paese in cui la democrazia altro non è che un cadavere in putrefazione, lo script a firma del regista stesso insieme al Nicola Guaglianone sceneggiatore di Lo chiamavano Jeeg robot e Benedetta follia non aggiunge quasi nulla al materiale tedesco di partenza; di cui, tra l’altro, ripropone anche la comicamente violenta sequenza del cagnolino che aveva grande senso con protagonista il temibile cancelliere del Reich, apparendo del tutto fuori luogo, invece, nel porre il Duce al suo posto.

Quindi, quanto vi è di geniale nella oltre ora e mezza di piacevole visione atta a ribadire la critica nei confronti di una società priva di sogni e in balia ai social network e ai telefoni cellulari proviene, in realtà, dal testo di Vernes e dal film di Wendt, compreso il tutt’altro che consolatorio epilogo.

Al di là di Gioele Dix e Stefania Rocca inclusi tra i migliori elementi del cast e dell’interessante sintesi di un’Italia che governare non sembra essere soltanto difficile ma anche inutile, infatti, ciò che risulta in più – a partire da personaggi femminili appena abbozzati – in questa più buonista e molto meno feroce rilettura appare decisamente di poco conto e privo di reali intuizioni innovative.

Per esempio, sarebbe stata indispensabile almeno una sequenza con discorso dallo storico balcone che affaccia sulla capitolina piazza Venezia…

Francesco Lomuscio