Un lungo prologo con misteriosa donna accidentalmente investita nottetempo su una strada innevata tra i boschi è quello che introduce Resident evil, secondo reboot – dopo il Resident evil: Welcome to Raccoon City diretto nel 2021 da Johannes Roberts – della saga cineVgame che, iniziata nel 2002 da Paul W.S. Anderson prendendo le mosse dall’omonimo franchise videoludico di Capcom, si costituì di ben sei lungometraggi.
Reboot che guarda in particolar modo a Resident evil 2 ma strutturandosi su una storia totalmente nuova scritta dallo Shay Hatten sceneggiatore del terzo e quarto John Wick insieme allo Zach Cregger che, regista di Barbarian e Weapons, troviamo anche dietro alla macchina da presa.

Ed è l’Austin Abrams visto proprio in Weapons a vestire i panni del protagonista della circa ora e mezza di visione in questione: un giovane corriere che, incaricato di effettuare una consegna urgente presso il Raccoon City Hospital, finisce coinvolto con l’automobile nell’incidete di cui sopra, avvertendo immediatamente che la investita è una persona tutt’altro che normale. Una situazione che rappresenta soltanto l’inizio di un autentico incubo ad occhi aperti destinato a coinvolgere progressivamente altri personaggi aventi, tra gli altri, i volti di Paul Walter Hauser e di Kali Reis. Perché, tra un incontro con un cane piuttosto inferocito e quello con una ragazzina provvista di sorpresa, si comincia ad apprendere che terrificanti esperimenti bioingegnerizzati condotti dalla Umbrella Corporation hanno finito per generare un’epidemia che ha alterato il DNA umano dando vita a raccapriccianti creature assassine. Infatti, sebbene gli infetti in questione possano risultare a tratti zombeschi, rispetto agli altri Resident evil cinematografici sembra venire meno l’elemento che consentiva di accomunarli ai più classici morti viventi, rendendoli stavolta esseri mutaforma dal look non poco vicino a quello di determinate mostruosità lovecraftiane iconograficamente non distanti da quelle viste nel cult del 1986 From beyond – Terrore dall’ignoto di Stuart Gordon.

D’altra parte, mentre si mantiene comunque fede al look dei videogiochi di partenza, con tanto di soggettive provviste di arma da fuoco in campo occasionalmente tirate in ballo, l’impressione generale è quella di assistere ad un veloce e schietto horror d’intrattenimento anni Ottanta concepito, però, ricorrendo a tecniche attuali. Aspetto accentuato dal fatto che, caratterizzato da un plot che funge da semplice pretesto e scandito da un ritmo senza tregua, questo Resident evil 2026 esclude del tutto il respiro da action movie a base di agili eroi sparatutto che aveva dominato le precedenti trasposizioni da grande schermo (e non solo) per inanellare esclusivamente sequenze di tensione in cui calare un imbranato Abrams: da quella che tira in ballo un’orda di ratti alla situazione dell’ascensore (la migliore del film). Tutte circostanze a base di ottimi effetti speciali ma sempre condite efficacemente d’ironia, elemento che testimonia la provenienza di Cregger dalla commedia, avendo debuttato nel 2009 dietro alla macchina da presa – anche se nessuno lo ricorda – tramite il Miss Marzo firmato insieme al compianto Trevor Moore. Il risultato è uno spettacolo godibilissimo e imprevedibile dal primo all’ultimo fotogramma che, trasmettendo inoltre la sensazione di trovarsi a giocare joypad alla mano, con spaventi e più di un effetto sorpresa ben assestati garantisce abbondanti dosi di divertimento. Rivelandosi al contempo una delle maggiormente riuscite fatiche creggeriane e uno dei migliori tasselli della serie derivata dai videogiochi Capcom. Se non il migliore.