Dopo aver diretto Un lungo viaggio nella notte, presentato nella sezione Un Certain Regard al festival di Cannes del 2018, il talentuoso regista e sceneggiatore cinese Bi Gan gira Resurrection, suo quarto lungometraggio, con Jackson Yee e Shu Qi.

In un momento imprecisato della storia gli esseri umani hanno barattato la capacità di sognare con l’immortalità.

Alcuni individui, denominati i “deliranti”, ovvero coloro che immaginano e fantasticano, potranno però continuare a sognare, seppur questo gli provochi una lenta e inesorabile agonia che li porterà alla morte. Attraverseranno tutte le epoche, in un’odissea onirica rievocando i sogni che il cinema per suggestione ha donato all’umanità. Interessata a scoprire ciò che si cela tra le pieghe del sogno, una giovane donna scoverà uno di essi rifugiatosi morente in una sala dell’oppio e gli ridarà la vita, innestando una pellicola cinematografica dentro di lui. Il “delirante” ritornerà giovane e vivrà tante storie differenti, fino all’alba della fine del mondo. Bi Gan sfrutta la forma di un film di fantascienza per un incipit in cui celebrare attraverso i ricordi di un “delirante” la morte del cinema come conseguenza emblematica di quella del genere umano, che ha smesso di sognare. Le immagini si ammantano di omaggio cinefilo che ripercorre in modo onirico gli albori della Settima arte, partendo dall’Espressionismo tedesco direttamente da Il gabinetto del dottor Caligari di Robert Wiene; ma allarga poi i confini, espandendosi fino all’arte di Méliès e Lumière.

L’inizio diventa un pretesto per ricominciare tracciando nuovi orizzonti, e Resurrection è quindi la manifesta rinascita della macchina dei sogni, ove deliranti/sognatori e spettatori si fondono idealmente nelle suggestioni oniriche delle immagini. Il cineasta cinese lancia in chiave poetica e politica il monito di non rinunciare alla creatività per non piegarsi alla volontà del sistema profitto; ma, anzi, egli stesso assurge a ruolo di delirante, realizzando un film che non strizza l’occhio alle logiche di mercato. Egli è mosso dall’esigenza di dare allo spettatore il gusto di celebrare il cinema nel suo luogo di culto naturale, ossia la sala. E per nulla casuale si evidenzia l’allusione che pone il rifugio del sognatore in una casa dell’oppio, intesa nell’immaginario collettivo come fuga dalla realtà, e la maniera in cui una sala cinematografica rappresenti uno spazio liminale oscuro e chiuso dove il tempo si dilata (come per lo spettatore di un film, che si immerge in una realtà alternativa).

La traversata onirica in epoche diverse si tinge di un’epica che omaggia i generi della Settima arte, dalla fantascienza, al noir, per finire all’horror. Bi Gan rievoca Tarkovskji, passando per Leos Carax, e inoltre assurge all’eredità culturale di Wong Kar -Wai legando il viaggio temporale alle corde emotive e romantiche di 2046 e le suggestioni al più cupo Angeli perduti. Attinge dai maestri, ma, al tempo stesso, si distingue creando uno stile assolutamente personale. Resurrection è un tripudio intriso di passione, che sul finale banchetta con il sangue in un incontro esiziale in cui entra in scena anche una donna vampira. Le sequenze che riguardano lei e un giovane nella periferia di Hong Kong sprofondano il lungometraggio in un rosso saturo grazie ai filtri di una fotografia carica di pathos curata da Jingsong Dong, donandogli un impatto visivo ipnotico. Fino alla fine del mondo, o almeno fino al sorgere del sole, in un universo che collassa nel tempo dei sogni perduti, riportando tutto all’origine del cinema. Resurrection coniuga gli inizi e le derive della Settima arte in una trama circolare, che simboleggia l’infinito bisogno che l’umanità ha dei deliranti; i quali, grazie alla loro visione, consegnano il cinema all’immortalità.

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