Nicolò e Mattia Magno

Ci sono cortometraggi che raccontano una storia e altri che cercano prima di tutto di restituire un’atmosfera, un tempo, una tensione. Ribelli a mano armata appartiene alla seconda categoria: nei suoi poco più di dodici minuti costruisce un viaggio nervoso e serrato dentro un universo di marginalità, rapine, conflitto e ribellione.

Diretto da Nicolò Magno, con sceneggiatura di Mattia Magno, il cortometraggio nasce dal lavoro ispirato a Andare ai resti di Emilio Quadrelli, testo che raccoglie storie e testimonianze legate ai banditi e ai rapinatori nell’Italia degli anni Settanta. Il progetto affonda inoltre le proprie radici nell’omonimo spettacolo del Teatro degli Zingari, prima di trovare una nuova forma attraverso il linguaggio cinematografico.

Ed è proprio la forma a rappresentare uno degli elementi più riusciti del corto.

Ribelli a mano armata prende in prestito il linguaggio del documentario per poi sabotarne continuamente la staticità. Testimonianze, ricostruzioni e immagini dal sapore quasi archivistico si alternano senza lasciare che il racconto perda tensione. Il risultato è un’opera che sembra muoversi continuamente tra memoria e rappresentazione.

Fondamentale, in questo senso, il lavoro di Lucio Basadonne alla fotografia e al montaggio. Il ritmo è rapido, ma mai confuso: le immagini si rincorrono, cambiano consistenza e temperatura, passano da interni più costruiti a momenti volutamente ruvidi, quasi consumati dal tempo. Il montaggio non si limita quindi a collegare le sequenze, ma diventa parte stessa della narrazione.

E poi c’è la musica.

Le scelte musicali hanno un ruolo importante nell’economia del cortometraggio: accompagnano perfettamente il montaggio, sostengono i cambi di scena e contribuiscono a quella sensazione di movimento continuo che attraversa l’intero lavoro. Non sono una semplice tappezzeria sonora: danno respiro alle immagini e, quando serve, le spingono in avanti.

Nel cast figurano Maurizio Frumento, Matteo Quadrone, Arianna Sale e Massimiliano Giro, interpreti chiamati a muoversi dentro un racconto che evita deliberatamente l’impostazione cinematografica più convenzionale. Una nota particolare merita anche Alberto Bogo, capace di inserirsi nel meccanismo del corto con un’interpretazione estremamente naturale: nessuna ricerca dell’effetto, ma una presenza credibile che ben si accorda con quella contaminazione tra finzione e linguaggio documentaristico su cui poggia l’intero progetto.

In poco più di dodici minuti Ribelli a mano armata riesce così a evitare uno dei pericoli maggiori di un’opera proveniente dal teatro: sembrare teatro semplicemente trasferito davanti a una macchina da presa.

Qui accade il contrario.

Nicolò e Mattia Magno prendono quel materiale e cercano per esso una grammatica diversa, fatta di tagli, musica, primi piani, cambi di registro e immagini che sembrano a tratti provenire direttamente dalla memoria di un’altra Italia.

Non è tanto la rapina a rimanere al centro dell’inquadratura, quanto ciò che esiste prima della rapina: la periferia, il lavoro, la marginalità, la rabbia, il bisogno di sottrarsi a una quotidianità percepita come una gabbia. È proprio questa dimensione a essere al centro anche del materiale teatrale originario.

Ed è forse qui che Ribelli a mano armata trova la propria identità più interessante: non raccontare soltanto uomini che impugnano un’arma, ma provare a raccontare il momento in cui qualcuno decide di oltrepassare una linea.

E quando arrivano i titoli di coda, quei dodici minuti sembrano essere passati molto più in fretta.

Ho avuto il piacere di intervistare Nicolò e Mattia Magno a Parole nel Buio, il mio format di interviste in diretta dedicato a scrittori, registi, attori, musicisti e alle diverse voci del panorama culturale e artistico. Li ho incontrati freschi, vitali e animati da una passione autentica per quello che fanno. Quella stessa energia attraversa Ribelli a mano armata e arriva fino allo spettatore.

Ed è questa l’Italia che ci piace raccontare: quella dei giovani capaci di guardare al passato senza impolverarlo, restituendolo al presente con il vigore, il linguaggio e la passione dei giorni nostri.

Perché raccontare ciò che siamo stati non significa soltanto voltarsi indietro. Può essere anche un modo per capire chi siamo oggi e immaginare dove vogliamo andare.

Di Emanuela Ferrara

Emanuela Ferrara è una scrittrice horror torinese. Ha pubblicato Cronache Oscure e Il rumore sotto Berlino. Sul canale YouTube Echi Notturni conduce Parole nel Buio, format di interviste dedicato ad autori, registi, musicisti e nuove voci del panorama indipendente. Per Mondospettacolo scrive di letteratura, cinema di genere, musica, festival e cultura horror, con particolare attenzione alle realtà emergenti.

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