Dopo aver esordito alla regia con il thriller Emily the criminal, John Patton Ford ritorna dietro alla macchina da presa per dirigere Ricchi … da morire – Delitti in famiglia.

Il titolo originale How to make a killing di certo poteva essere lasciato, poiché avrebbe sottolineato in modo ancor più fedele il tono ilare della black comedy, grazie all’espressione “Come fare molti soldi in modo facile”.

Il lungometraggio del cineasta statunitense è ispirato a Sangue blu, diretto nel 1949 da Robert Hamer e in cui Alec Guinnes interpretava almeno nove ruoli, compreso quello del figlio di una donna aristocratica rinnegata e allontanata dalla sua famiglia. Egli è cresciuto dovendo fare molti sacrifici, non potendo godere dei privilegi che gli spettavano. Il motivo dell’allontanamento di sua madre nasce da un’onta ingiuriosa recata ai danni della sua stirpe, ovvero essere rimasta incinta in una relazione con un ragazzo al di fuori della sua classe sociale. Il giovane nel film di John Patton Ford è invece interpretato da Glen Powell, e dopo la morte di sua madre decide di vendicarsi uccidendo i parenti che sono davanti a lui nella linea di successione. Ciò per mantenere fede ad una promessa fatta alla sua genitrice: avrebbe un giorno vissuto la vita che meritava, visto che per un cavillo burocratico tecnicamente non è mai stato diseredato. Conquistare il patrimonio della famiglia Redfellow è quindi possibile attraverso una scalata all’eredità fino all’ultimo parente. Il plot è molto simile a quello di Sangue blu e la sceneggiatura quindi è una pura formalità, tanto che lo stesso John Patton Ford adatta l’originale da Robert Hamer e John Dighton.

La regia però è brillante nel costruire una dark comedy tracimante in un thriller a tinte cupe, che sa bilanciare una critica sociale tagliente ma, al contempo, divertente contro i privilegi, il capitalismo più spietato e l’avidità. Il montaggio di Harrison Atkins conferisce alla pellicola un ritmo incalzante e fluido, orientato a valorizzare gli aspetti sia della commedia nera che del thriller. La figura centrale è quella di Becket, orfano diseredato con un Glen Powell davvero nella parte. L’inizio del film pone il figlio della discordia già in prigione e condannato a morte per i sui crimini, mentre racconta ad un prete le sue gesta nelle ore che lo separano dall’esecuzione. Glen Powell porta in scena in Ricchi … da morire – Delitti in famiglia un personaggio molto credibile rispetto ad altre sue interpretazioni come quelle nel non esaltante Twisters e nel più recente The running man, tratto da un romanzo di Stephen King firmato con lo pseudonimo di Richard Bachman e del quale già era stato derivato nel 1987 L’implacabile con l’iconico Arnold Schwarzenegger. Se Sangue blu rappresenta la black comedy per antonomasia, il film di John Patton Ford ne ricalca le orme e sa gestire l’aspetto più esilarante insieme a quello del thriller psicologico.

Sebbene a prima vista Ricchi … da morire – Delitti in famiglia sembri una critica aperta al capitalismo e al divario sociale, non si fa scrupoli nell’asserire che in realtà i soldi fanno la felicità eccome, svicolando da facili ipocrisie e dimostrando una volta per tutte il suo lato canzonatorio verso tematiche impegnate dal sapore di falso moralismo. Becket è l’outsider che si muove a fari spenti e Glen Powell alterna momenti di spietata lucidità omicida ad altri più goffi, senza tralasciare una parte romantica che dona a Ricchi … da morire – Delitti in famiglia un’altra sfaccettatura. Non è tutto oro ciò che luccica, però, nell’ombra infatti si cela una presenza minacciosa che riemerge dal passato. L’affascinante Julia alias Margaret Qualley, conosciuta al tempo dell’infanzia, è anche una femme fatale che in età adulta diviene un’amante pericolosa e una presenza dall’afflato maledetto, che ammanta la sua bellezza di principi senza scrupoli. La commedia nera straripa poi in un confronto finale assai cupo, con il capo famiglia dei Redfellow, colui che ha segnato il destino di Becket, ovvero suo nonno, che ha le fattezze di Ed Harris. Uno scontro senza esclusione di colpi, una lotta combattuta con fucile contro arco e frecce, a simboleggiare l’antica sete di dominio e avidità in pieno stile americano.

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