Rifkin’s Festival: Woody Allen tra cinema e vita

Nella divertentissima citazione de Il settimo sigillo di Bergman – una delle tante che abbondano nel film – in cui un sardonico Christoph Waltz veste i panni della Morte che furono di Bengt Ekerot, è racchiuso un po’ il senso complessivo dell’ultima fatica di Woody Allen, Rifkin’s Festival, laddove, in barba ai luoghi comuni che spesso vengono indicati come elementi imprescindibili per riempire il vuoto dell’esistenza (lavoro, amore, famiglia), emerge piuttosto chiaramente che ciò che salva e a cui ci si dovrebbe aggrappare per non sprofondare nelle sabbie mobili della perenne insoddisfazione è la tensione per qualcosa che è al di sopra delle affezioni del quotidiano. Qualcosa che renda vivi, al di là delle intemperie del tempo che inesorabilmente scorre.

Il regista newyorchese si smarca orgogliosamente e sacrosantamente dalla caccia alle streghe dell’insulso puritanesimo americano e va in Spagna per girare un film in cui dichiara il suo amore per il cinema – quello europeo, non quello americano degli happy ending -, unica certezza in un mondo in cui tutto è sottoposto a un incontrollabile divenire: l’unica fedeltà possibile, imperitura e addirittura sacra è quella per la Settima arte.

Una fedeltà infinita – mutuando il gergo dell’Alain Badiou de L’essere e l’evento – che convoca ogni volta a mettersi ostinatamente sulle tracce di ciò che sempre ci eccede. Morton Rifkin (Wallace Shawn), il protagonista di Rifkin’s Festival, è evidentemente l’alter ego di Allen, un uomo ormai anziano che però non ha smesso di mettersi in gioco, volendo capire verso dove sta andando. Circostanza, questa, già abbastanza eroica. A una certa età non si drammatizza più, per fortuna, però si rischia di arenarsi in una rassicurante quanto mortifera rete di abitudini. Un’altra relazione finisce, ma la soluzione non è iniziarne un’altra, piuttosto ritornare al vero Sé, alle proprie origini, come nei versi – si perdoni l’iperbole – della poesia di Hölderlin. Allen ironizza sul cinema contemporaneo (e sui festival attuali), spesso privo di vera ispirazione e scioccamente sopravvalutato. E, allora, si rifugia nei grandi autori: Bergman, Fellini, Bunuel, Godard, Truffaut, Lelouch.

E si diverte, e gli spettatori con lui, a rievocare alcune memorabili sequenze di film leggendari: , Persona, Il settimo sigillo, Fino all’ultimo respiro, L’angelo sterminatore, Un uomo, una donna e altri ancora. Un Midnight in Paris declinato in chiave cinefila che, probabilmente, non mancherà di deliziare gli amanti del cinema e del regista di Manhattan. Tenendo sempre presente, però, che si è nei paraggi della commedia, perché Allen non ha, come il protagonista del suo film, la smania di realizzare un capolavoro, bensì di continuare a fare ciò che lo rende ancora vivo, desideroso di progettare e realizzare. Infine, dopo le deliranti affermazioni di Kate Winslet, che dichiarò in seguito alle accuse di presunte molestie, di vergognarsi di aver lavorato con lui, fa ancor più piacere prendere atto che Allen non si sia lasciato impastoiare nell’idiozia del politicamente corretto statunitense, riuscendo a rilanciarsi in un nuovo circuito produttivo e distributivo, potendo contare sull’affetto e la stima di un pubblico molto vasto che, per fortuna, esorbita ampiamente le ristrettezze del ridicolo schematismo etico del nuovo continente. Un motivo in più per andare a vedere Rifkin’s Festival e passare un’ora e mezza tra riso e riflessione, ripercorrendo alcune fasi salienti della storia del grande cinema.

 

 

Luca Biscontini