Ritorno al Bosco dei 100 Acri: Christopher Robin e il ritorno dei suoi vecchi amici

Se soltanto in tempi recenti – con il lungometraggio Vi presento Christopher Robin, diretto da Simon Curtis – abbiamo avuto l’opportunità di vedere sul grande schermo le origini di Winnie the Pooh, uno dei personaggi più amati dai bambini di tutto il mondo, la Disney ha voluto creare tramite Ritorno al Bosco dei 100 Acri – liberamente ispirato all’omonimo romanzo di A. A. Milne – un’ulteriore storia in cui vediamo un ormai adulto Christopher Robin (il bimbo che nel precedente film aveva ispirato il proprio padre nella creazione del celebre orsetto) ritrovare i suoi amici di sempre e scoprire, grazie a loro, quali siano i veri valori della vita.

Se, tuttavia, il sopra citato biopic dedicato al creatore di Winnie the Pooh era stato concepito come un prodotto fruibile da grandi e piccoli, la Disney pare abbia pensato esclusivamente a questi ultimi, dando vita a un delicato lungometraggio interamente in live action, che, a sua volta, si fa apologia dei buoni sentimenti e dell’amore per la propria famiglia.

Alla regia è stato chiamato Marc Forster, cineasta eclettico, che ha spesso dato prova di sapersi barcamenare all’interno di diversi generi cinematografici (sue, ad esempio, sono le regie del bondiano Quantum of solace, di Neverland – Un sogno per la vita e dello zombesco World War Z).

Un’operazione che, grazie a un cospicuo budget e all’impiego di grandi nomi all’interno della troupe, si è rivelata non poco ambiziosa, quasi una sorta di “dovuta” risposta al precedente lungometraggio prodotto dalla 20th Century Fox. Ma era davvero necessario dar via a tutto ciò? Andiamo per gradi.

Ci troviamo a Londra, intorno alla metà degli anni Cinquanta. L’ormai adulto Christopher Robin (impersonato da Ewan McGregor) è un uomo in carriera, tutto dedito al lavoro, ma con una giovane moglie e una figlioletta che lo aspettano a casa e che necessiterebbero di maggior tempo da trascorrere insieme a lui. Costretto a rimanere nella città per motivi di lavoro, l’uomo lascia partire la sua famiglia alla volta del Sussex. Rimasto solo, tuttavia, riceve l’inaspettata visita nientemeno che del suo vecchio amico Winnie the Pooh, il quale lo prega di riaccompagnarlo al Bosco dei 100 Acri, al fine di ritrovare i propri amici.

Una sceneggiatura semplice e lineare per un prodotto che, esteticamente parlando, risulta curato fin nel minimo dettaglio. Uno degli elementi maggiormente riusciti, infatti, è proprio la realizzazione in live action dell’orsetto e dei suoi amici animali (al punto da fare quasi le scarpe al buon vecchio Paddington), i quali si amalgamano perfettamente al contesto che li circonda, dove, di fianco a una riuscita fotografia dal gusto retrò, vediamo un prevalere di toni pastello, in particolare per quanto riguarda le sequenze girate nei boschi. Discorso a parte, invece, va fatto per la ricostruzione di Londra. Pur trovandoci già negli anni Cinquanta, infatti, ciò a cui immediatamente pensiamo è una Londra dei primi del Novecento e, nello specifico, quella messa in scena nel 1964 da Robert Stevenson nel suo celeberrimo Mary Poppins (anch’esso, tra l’altro, prodotto dalla Disney). Inevitabile, a questo punto, comparare i due lungometraggi, sia per quanto riguarda le analogie tra i personaggi, che per la qualità del prodotto in sé.

Talmente dedito al lavoro da non avere mai tempo per la propria famiglia, il Christopher Robin qui raccontato ci fa pensare per forza di cose al Mr. Banks di Mary Poppins.

Entrambi, infatti, sembrano non rendersi conto dell’importanza di certi valori, attraversando, nel corso delle rispettive storie, un percorso che li porta ad una nuova, necessaria consapevolezza. Se Mr. Banks – pur non essendo il protagonista del lungometraggio – ha avuto una buona caratterizzazione (grazie anche all’ottima interpretazione di David Tomlinson) che gli ha permesso, nel corso degli anni, di restare impresso nell’immaginario collettivo, il Christopher Robin di Marc Forster risulta, purtroppo, un personaggio banale, scontato, che manca di una propria personalità e che, malgrado l’avvenuto cambiamento finale, resta una figura piatta durante tutta la durata del film stesso.

Colpa di una caratterizzazione, in fase di scrittura, posticcia e raffazzonata, ma anche dell’intero script in sé, pericolosamente privo di picchi narrativi e senza necessari elementi che contribuiscano a conferirgli carattere. Il risultato finale è un prodotto sì lineare e visivamente gradevole, ma, allo stesso tempo, totalmente privo di pathos e che, paragonato alla menzionata pellicola di Stevenson, non riesce neanche minimamente a reggere il confronto.

Questo, purtroppo, la dice lunga su come sia cambiato il modo di lavorare della Disney e sulla pericolosa mancanza di idee all’interno della storica casa di produzione. Ulteriore dimostrazione del fatto che riproporre i grandi classici in live action (operazione iniziata, ormai, già da qualche anno) non sempre può rivelarsi la chiave giusta per tornare a essere ciò che si è stati in passato.

 

 

Marina Pavido