Qualcuno doveva farlo. Prendere tutta la grammatica del dating contemporaneo, dai vocali troppo lunghi ai profili con le foto di vacanze dei cani, dalle sparizioni senza spiegazione ai ritorni strategici, e darle un nome. Alessandra Mazzi lo ha fatto con “Robe da Mazzi” (Abra Books, 2026), un esordio narrativo che racconta dodici uomini reali, romanzati quanto basta per poterli raccontare, con uno stile che mescola ironia tagliente e autoanalisi tutt’altro che indulgente. Il libro funziona perché Mazzi non si mette mai dalla parte giusta. Non c’è la protagonista innocente e gli uomini sbagliati. C’è una donna che capisce tutto quasi sempre, vede i segnali, e decide di restare comunque. E l’onestà di questa ammissione è ciò che rende il libro credibile invece di predicatorio. Tra le pagine più riuscite ci sono quelle dedicate a Sandro, dove la diagnosi tardiva del “ti faccio sapere” viene smontata con quella precisione da entomologo che Mazzi usa nei momenti migliori: “ti faccio sapere è il deposito temporaneo delle intenzioni deboli. È il parcheggio delle persone che non vogliono dire no, ma non hanno abbastanza desiderio per dire sì”. Un libro che si legge veloce, si riconosce subito, e lascia qualcosa che dura più dell’ironia. Non era scontato riuscirci.
