Nato a Taranto, minore di quattro fratelli, Roberto D’Antona inizia presto la sua carriera nel mondo del cinema, prima come attore, poi come montatore, ed infine come regista e sceneggiatore. Dopo l’esordio dietro la macchina da presa con il lungometraggio The Wicked Gift nel 2017, D’Antona dirigerà svariati altri film che vanno dall’horror al fantasy al pulp, fino ad approdare nel 2023 al bel thriller Hidden – Verità Sepolte, di cui ho intenzione di parlarvi oggi. Posso senza dubbio affermare che per me questo Hidden rappresenta il segno di una raggiunta maturità artistica di Roberto D’Antona, sia come regista che come attore, e mai nessuno dei suoi lavori mi aveva convinta appieno come questo. Circondato da un discreto cast, il regista pugliese mette in scena un giallo di due ore ed un quarto che rapisce letteralmente lo spettatore, mostrandogli fin da subito l’assassino, ma spiazzandolo poi con continui colpi di scena, cambi di prospettive, inversioni di rotta, che concorrono a tenere altissima per tutto il tempo l’asticella dell’attenzione e della suspense, trascinandolo nel labirinto di una mente umana malata e prevaricatrice che, pur consapevole dei propri limiti, preferisce seguire il suo istinto omicida invece di farsi curare. È doloroso, Hidden, fa spesso sussultare, e non annoia mai, portandoci per mano verso un finale torbido e perverso che di più non si può.

In un piccolo e tranquillo comune lombardo alcune donne cominciano a sparire, spesso senza lasciar traccia. Si vocifera di assassini seriali, ma nessuno sembra avere il reale coraggio di prendere in mano questa ipotesi. Una scrittrice, Nadia Coppola, da sempre sensibile al tema della violenza sulle donne, accompagnata da un gruppo di amici, e coadiuvata da un investigatore, deciderà di far luce sulla cosa, cominciando ad indagare per suo conto, mentre pare che l’assassino continui ad agire indisturbato dopo ogni delitto, riuscendo, immancabilmente, a farla franca, grazie anche all’appoggio incondizionato della moglie. Un giorno il giovane Martin e la moglie incinta Gaia capiteranno sulla sua strada, e la trama si infittirà sempre di più.
Roberto D’Antona si diverte ad emulare Hitchock, facendo uscire di scena in modo brusco ed inatteso, quando meno ci si aspetta, alcuni di coloro che parrebbero proprio essere i protagonisti del film. Morti repentine, atteggiamenti quanto mai incomprensibili, omicidi/suicidi, insomma, Hidden è un colpo di scena continuo, una corsa verso l’inferno con l’acceleratore a tavoletta, che ci porterà giù nei vortici di una spirale di follia senza alcuna possibilità di riscatto. Non ha più voglia di scherzare D’Antona, stavolta fa davvero sul serio, e lo fa dannatamente bene, dimostrando a tutti coloro che non credevano in lui di che pasta è fatto. Prima di tutto costruisce un villain solido e credibile, Emilio Lorenzi, apparentemente uomo d’affari rispettabilissimo, dall’aspetto innocuo e quasi tenero, ma che nello sguardo ha perfettamente racchiusa tutta la sua debordante follia. Ad interpretarlo magistralmente quello che si può ritenere l’attore feticcio di D’Antona, che lo accompagna fin dal primo film senza averne mai saltato uno, Francesco Emulo. Col suo fisico possente e l’espressione quasi da ragazzino, il tutto condito da una profonda voce baritonale, Emulo dà vita ad un assassino misogino che usa le donne solo ed esclusivamente come oggetti votati al suo benessere personale, senza fare distinzione tra giovani, più anziane, incinte o che altro. L’unica ad avere un ruolo di maggior prestigio ai suoi occhi è la moglie, Alma, sua compagna di vita e non solo, alla quale tuttavia non risparmia angherie o vessazioni, umiliandola continuamente e non perdendo occasione per insultarla e picchiarla, data la totale ed incondizionata devozione di lei, completamente assoggettata ai voleri del folle e burbero marito, a cui resterà al fianco anche quando prenderà consapevolezza della sua natura di killer seriale.

Scava nei torbidi argomenti scottanti in cui sguazza la nostra società, Hidden, dal tema del femminicidio a quello del nepotismo in ambito lavorativo, dove il subalterno, in questo caso lo stesso regista nei panni di Martin Berardi, deve piegare il capo e sottostare al volere dei superiori, sebbene questo vada spesso a cozzare con quelle che sono le sue reali necessità ed aspettative. L’amicizia, l’amore, la famiglia, la maternità, sono tutti valori che qui vengono barbaramente schiacciati, trucidati sotto le suole delle scarpe dell’enorme Emilio, che pare non volersi fermare davanti a nulla ed a nessuno. La tranquillità data per scontata in un piccolo comune, sconvolta dalla furia omicida di un brutale killer, viene ricercata dalla gente con l’indifferenza, facendo finta di nulla, come se nulla stesse accadendo, come se tutte quelle donne non fossero mai scomparse. In pochi, come sempre, hanno il coraggio di buttare giù il muro di omertà e di esporsi in prima linea, ma in questo caso il coraggio degli improvvisati detective sarà ricompensato solo a metà. Oltre al brutale femminicidio si tocca poi il tema della schiavitù affettiva, alla quale sono soggiogate molte persone, soprattutto donne ma anche uomini, che pur di continuare a stare con l’amato si sottopongono ad ogni sorta di umiliazione ed angheria, sia fisica che psicologica, ritrovandosi perfino a difendere con la vita stessa il proprio aguzzino e carnefice.

Otre al più volte citato Francesco Emulo, che abbandona completamente la verve umoristica a cui ci aveva abituati per calarsi nel più inquietante dei killer, anche alcuni altri nomi del cast meritano di essere menzionati, tra tutti lo stesso Roberto D’Antona, a cui il ruolo di Martin pare calzare a pennello: un marito amorevole, un lavoratore modello, un futuro, felicissimo, papà, una persona buona, rispettosa, dolce, insomma, il classico eroe. Una maturazione artistica evidente, tanto da creare una forte empatia con lo spettatore, che sarà al suo fianco fino alla fine, nonostante certe mosse sbagliate del peronaggio che avrebbero potuto far cambiare notevolmente il corso delle cose. Ma spesso il gusto della vendetta è troppo dolce per poterlo dividere con altri, e si cerca di assaporarlo tutto da soli… Nel cast, al suo fianco, si trovano anche i suoi fratelli: Alex nel ruolo del giornalista omosessuale Filippo Valenti e Mirko in un ruolo subalterno. Si nota infine l’attrice pugliese Annamaria Lorusso nei panni della scrittrice Nadia Coppola, ma Hidden è un film declinato principalmente al maschile, se si esclude il personaggio di Alma Rossetti, la moglie del killer, interpretata da Rachele Crotti, che riesce a suscitare in noi una vastissima gamma di emozioni che vanno dalla compassione, alla pena, alla solidarietà, per sfociare nella rabbia e nel raccapriccio più marcati, generati anche dal senso di incredulità che si prova sempre davanti ad una certa categoria di persone.

Interessante è poi la scelta di utilizzare due linee narrative all’apparenza separate, che non paiono entrarci nulla l’una con l’altra, e che si incroceranno invece verso la metà del film, in maniera forse un po’ forzata ma comunque funzionale allo svolgimento dell’intreccio. Non c’è nessun tipo di compiacimento o ostentazione nella rappresentazione dei delitti, che, sebbene, dopo il primo, siano tutti abbastanza intuibili, tuttavia sono repentini e brutali, e portano spesso lo spettatore alla presa di consapevolezza niente affatto artistica o poetica che c’è dietro ai gesti di questi folli assassini, troppo spesso mitizzati ed a volte anche adorati come fossero delle rock star. Il killer uccide, e cosa ci può mai essere di poetico nel togliere via barbaramente la vita a qualcuno che un secondo prima era felice e spensierato e faceva progetti per il futuro? C’è solo ingiustizia, incredulità, asfissia, dietro queste morti assurde, inflitte da un pazzo al solo scopo di auto procurarsi piacere.

D’Antona si distacca da quanto fatto fino adesso, pur senza rinnegare mai, giustamente, il suo passato; spazia, ci mostra come il suo intento sia quello di variare e ampliare sempre di più i suoi orizzonti, e trovo che stavolta abbia imboccato davvero la strada giusta! I mostri non li abbandona, ma lascia da parte vampiri e fattucchiere per dedicarsi al mostro peggiore che ci sia in giro, l’essere umano. E lo fa lasciando da parte ogni grammo di ironia, non c’è nulla di goliardico, nulla di grottescamente divertente, tutto è maledettamente serio, fa riflettere, fa aprire gli occhi. Ricorda un po’ il buon vecchio Donato Carrisi, ecco, le sue atmosfere grigie e malsane di periferia, dove tutti sembrano conoscere tutti, dove si va in giro tranquilli perché “che vuoi che succeda mai qui”, ricordando i casi di cronaca più dolorosi della storia, quelli ad esempio di Yara Gambirasio o di Sara Scazzi, tanto per citarne qualcuno, inghiottite dalla normalità del paesino in cui vivevano per essere restituite cadaveri, senza ancora una sicurezza sul loro assassino, nonostante i tanti, raggelanti sospetti. Queste sono le verità sepolte che D’Antona vuole portare alla luce nel suo Hidden, e per farlo si serve dei paesini di Taino in Lombardia e di Oleggio Castello e Marano Ticino in Piemonte. Ed infine, io vi ho visto un po’ anche della fortunata serie crime True Detective, le cui tre stagioni ci hanno portato nel marciume della provincia americana, molto lontana, come landscape, da quelli dei dolci declivi lombardo-piemontesi, ma senza dubbio portatrice della stessa aura di malessere, di disagio e di morte. E poi c’è Fincher, e c’è chi ha provato a vederci anche Argento, sebbene io non sia tra quelli, non me ne voglia il buon Roberto, ma il microcosmo di vittime senza identità e senza un filo conduttore mi fa pensare più alle barbarie americane che ai delitti ben congegnati degli assassini del Maestro romano. Ma l’ambizione non manca, e D’Antona centra appieno il traguardo, consegnandoci un progetto maturo di puro e delizioso cinema, con qualche limite recitativo, ok, ma sui quali siamo disposti a passare sopra a causa della buona qualità del prodotto finale.
Il film è attualmente disponibile sulle piattaforme Apple TV, Google Play Film ed Amazon Prime Video.
https://www.imdb.com/it/title/tt12719600
