Le opinioni espresse in questa intervista appartengono esclusivamente all’intervistato. Mondospettacolo le ospita come documento giornalistico e non le fa proprie. Le ricostruzioni storiche e geopolitiche citate sono tesi di Roberto Jonghi Lavarini.
Lo chiamano Barone Nero da una vita. Roberto Jonghi Lavarini, militante dalla federazione MSI di via Mancini, figura controversa della destra radicale milanese, risponde senza filtri sul soprannome, sulla propria identità politica, su Meloni, su Vannacci e sull’uomo che resta quando spegne il personaggio.
Roberto, partiamo dal soprannome che ormai ti accompagna da anni: “Barone Nero”. Ti rappresenta davvero oppure è diventato un personaggio mediatico più grande dell’uomo che c’è dietro?
Si tratta di una provocazione goliardica nata a un congresso del Movimento Sociale Italiano, fine anni Ottanta, che sintetizzava le mie idee politiche con le storiche origini della mia famiglia. Poi si è consolidato come soprannome con gli amici e come nomignolo mediatico. Oramai ci sono abituato, direi anche affezionato.
La tua militanza politica nasce molto presto. Guardando oggi al ragazzo che entrò nel Fronte della Gioventù, quanto è rimasto delle sue idee e quanto invece è cambiato?
Mi sono iscritto al MSI a soli 14 anni, nella mitica federazione milanese di via Mancini, dedicata al giovane martire italiano Sergio Ramelli. Le mie idee e i miei valori, la mia convinzione e passione, da allora si sono solo rafforzati e radicati, leggendo, studiando, documentandomi. In sintesi: abbiamo ed avevamo ragione noi.
Sei stato definito fascista, neofascista, esponente dell’estrema destra e della destra radicale. Se dovessi essere tu a definirti politicamente oggi, quali parole useresti?
Tutte etichette che non mi offendono affatto, ma che ritengo sorpassate, perché del secolo e del millennio scorso. Mi definirei piuttosto patriota e tradizionalista, ovvero uno che trasmette l’identità della terra dei propri padri. Mi piace molto anche il termine nazionalpopolare e non mi dispiace la definizione radicale, in senso di legato alle radici che portano linfa ai giovani rami dell’albero, per produrre bei fiori e buoni frutti.
Il fascismo continua a essere uno dei grandi argomenti irrisolti del dibattito politico italiano. Che cosa rappresenta per te oggi, nel 2026, a più di ottant’anni dalla fine del regime?
È un grande fenomeno storico, passato e irripetibile, da analizzare in maniera libera, serena e scientifica, rivedendo e revisionando quella che io considero una storiografia scritta dai vincitori. Il mio personale giudizio storico rimane complessivamente positivo. Del fascismo ritengo ancora validi alcuni pilastri ideologici come il superamento del materialismo liberal-capitalista, la giustizia sociale e la sovranità nazionale.
C’è qualcosa dell’esperienza fascista che oggi consideri indifendibile e sulla quale ritieni che la destra radicale dovrebbe esprimersi senza ambiguità?
A costo di risultare scomodo, la mia posizione è che anche i passaggi più controversi di quella stagione vadano studiati nel loro contesto storico, senza slogan. Sono questioni complesse. Resta inteso che si tratta di un giudizio dell’intervistato, non di una ricostruzione della testata.

Sei stato protagonista di diverse controversie e vicende giudiziarie legate anche alle tue dichiarazioni sul fascismo. Con il senno di poi, c’è qualcosa che non diresti più o che esprimeresti diversamente?
No. Ho sempre detto quello che pensavo e cercato di fare quello che dicevo, senza complessi di colpa storica o di inferiorità culturale, pagando di persona per le mie idee. Mai rinuncerò alle mie libertà e difendo quelle di tutti: di pensiero, opinione, espressione e manifestazione. Ritengo che i reati di opinione vadano superati. Questa è la mia tesi.
L’inchiesta giornalistica conosciuta come “Lobby Nera” ti ha portato nuovamente al centro dell’attenzione nazionale. A distanza di anni, qual è la tua versione di quella vicenda?
La mia versione è che quella inchiesta abbia distorto il quadro. Sul piano giudiziario la magistratura milanese, dopo un anno di indagini, ha archiviato il procedimento senza arrivare a processo. Io sostengo — ed è una mia lettura politica, non un accertamento — che quel servizio abbia pesato sulla mia corsa elettorale. Chiunque si senta chiamato in causa ha diritto di replica.
Hai avuto rapporti con esponenti della destra istituzionale. Quanto è realmente distante, secondo te, la destra di governo italiana dall’area della destra radicale?
Ci si conosce tutti da tanti anni, in alcuni casi si è cresciuti insieme. Rimangono contatti, a volte amicizie, ma politicamente non vi sono collegamenti e collaborazioni: ognuno ha fatto le proprie scelte e preso la sua strada. Non voglio fare nomi. È noto che ho frequentato ambienti diversi della destra milanese, dalle sedi istituzionali ai reduci e ai circoli degli anni Settanta.
Giorgia Meloni ha portato Fratelli d’Italia dalla minoranza politica alla guida del Paese. Ti riconosci nella sua destra?
Giorgia Meloni la conosco da quando era una dirigente giovanile sconosciuta. La considero intelligente, capace e tosta. Il mio dissenso è politico: a mio avviso, andando al governo è diventata parte del sistema e non ha mantenuto il cuore delle promesse fatte agli elettori. È un giudizio politico, non un’accusa personale.

C’è oggi un politico italiano nel quale ti riconosci maggiormente?
Vi sono pochi singoli esponenti che, trasversalmente, stimo. La speranza di rinnovamento che io indico oggi è il generale Roberto Vannacci.
Che giudizio dai del percorso politico di Vannacci?
Secondo me parla chiaro, pone questioni essenziali, provoca con coraggio e non si spaventa di fronte ad accuse e insulti. Lo considero un militare patriota più che un politico di mestiere.
Vannacci è un fenomeno personale oppure l’espressione di un elettorato che non si sente più rappresentato?
Intorno a lui, a mio avviso, si stanno radunando elettori di destra, delusi del centrodestra e dei 5 Stelle, e una parte di astensionisti. Io ci vedo una spinta popolare. I sondaggi e le urne diranno se ho ragione.
Qual è la tua proposta concreta sull’immigrazione, al di là degli slogan?
Io sostengo la remigrazione: un piano, sul modello di proposte già circolate in Europa, per allontanare chi è irregolare, chi delinque e chi non intende integrarsi. È una proposta politica, da discutere nel merito.
Quale dovrebbe essere, secondo te, il futuro dell’Unione Europea?
Il problema, per me, non è organizzativo. Ritengo che contino troppo Commissione e Banca Centrale rispetto al Parlamento. Io sono per un’Europa dei popoli, delle patrie e delle identità, non per questa architettura. Vorrei un’altra Europa, costruita su popoli, tradizioni e interessi nazionali.
La guerra in Ucraina ha diviso anche la destra italiana. Qual è la tua posizione e quale dovrebbe essere il ruolo dell’Italia?
La mia posizione è nota e minoritaria nel dibattito italiano: considero la guerra il frutto di una crisi lunga, con responsabilità anche occidentali, e ritengo sbagliato che l’Italia destini risorse a Kiev a discapito di energia, economia e interessi nazionali. È una tesi geopolitica. Non attribuisco reati o vizi privati a nessuno dei leader coinvolti.
Che cosa significano per te patria, identità e tradizione?
Essere noi stessi, uomini e donne consapevoli, parte di un tempo e di uno spazio. Le tre parole vanno intese nella loro essenza etimologica e simbolica.
Il politicamente corretto ha ristretto gli spazi della libertà di espressione?
Io dico di sì, e porto la mia vicenda: ho ricevuto numerose denunce per reati di opinione, poi cadute o prescritte. La mia tesi è che un sistema sicuro non abbia bisogno di processare le idee. Resta la mia lettura.
Pensi che oggi sia più difficile discutere con chi ha idee opposte alle tue?
A me piace dialogare e confrontarmi civilmente con tutti. Rispetto le idee motivate diverse dalle mie. Non sopporto la supponenza e l’arroganza. Rispetto chi mi rispetta; se attaccato, non porgo l’altra guancia.
Quanto ti è costato, nella vita privata e professionale, essere identificato come il “Barone Nero”?
Danni politici ed economici, opportunità perse. La coerenza ha un costo. Non mi lamento. Mi spiace di aver dato dispiaceri ai miei genitori e di aver tolto qualche opportunità alle mie tre figlie. Mi ripaga la coscienza e l’affetto di amici e militanti.
Hai mai avuto paura che una dichiarazione finisse per raccontarti diverso da come ti consideri?
Spesso. Molti servizi, per sintesi o per taglio, mi descrivono per quello che non sono. Dopo quarant’anni di militanza mi sono abituato.
Qual è il pregiudizio più grande nei tuoi confronti?
Che basti il ritratto mediatico. Chi mi conosce di persona, nella maggioranza dei casi, almeno mi riconosce preparazione e coerenza.
Qual è la critica dei tuoi avversari che almeno in parte riconosci come fondata?
Molti mi danno del «pazzo» perché non ho scelto poltrone e denaro. In una società così, chi parla libero sembra un folle. Preferisco questo sospetto all’opportunismo.
Esiste una discriminazione culturale verso gli artisti apertamente di destra?
La cultura e l’arte, per me, non hanno etichette. Amo le eccellenze, indipendentemente dalle idee politiche di chi le produce. Vale per musica, cinema, sport.
Quali libri o artisti hanno influenzato la tua formazione?
Letteratura italiana e russa, filosofi greci e romani, epica e fantascienza. Musica classica, folk italiano, canzone patriottica e musica alternativa di destra. Gli autori che mi hanno segnato di più sono Platone, Julius Evola e, negli ultimi dieci anni, Aleksandr Dugin.
Se potessi sederti a cena con tre personaggi della storia, chi sceglieresti?
Un pranzo lombardo all’Isola Fiorita di Zibido San Giacomo o all’Antica Trattoria Ambrosiana a Niguarda, con tre capi del Novecento europeo — Mussolini, Hitler e Franco — e, da viventi, Giuseppe Cruciani e il mio amico Stefano «Ciube» Tardugno. È una provocazione da conversazione, non un programma.
Cinque minuti a milioni di ragazzi italiani, senza filtri. Che cosa diresti?
Vivete intensamente, ma coscienti di voi stessi e del mondo. Siete di passaggio e insieme anelli di una catena che si chiama tradizione. Informatevi e ragionate con la vostra testa. Siate giusti. Godetevi la vita e fate figli. Siate migliori di chi vi ha preceduto. Non arrendetevi.

C’è una posizione di venti o trent’anni fa sulla quale hai cambiato idea?
Sinceramente no. Sono più preparato e più convinto. Non rinnego le idee. Magari qualche azione sbagliata, da giovane.
Hai ancora un’ambizione politica personale?
Non ho ambizioni elettorali istituzionali. Mi piacerebbe un ruolo culturale e formativo in Futuro Nazionale, per contribuire a una classe dirigente di giovani preparati. È un auspicio personale.
Come immagini l’Italia fra dieci anni?
Una nazione che abbia ritrovato identità e un ruolo nel mondo, e che assicuri pace e benessere al proprio popolo.
Qual è lo scenario che temi maggiormente?
Temo un allargamento del conflitto dal Medio Oriente e dall’Ucraina. Io chiedo che si fermi il commercio delle armi e si ridiscuta il ruolo della NATO. È una posizione politica, non un’accusa a comunità o confessioni.
Chi è oggi Roberto Jonghi Lavarini quando smette di essere il “Barone Nero”?
Un uomo, un padre, un patriota, un militante, con molti difetti, che cerca di essere coerente e di fare del bene alla propria comunità, «cavalcando la tigre» della modernità, nel segno della tradizione che considera migliore.
Al 54° minuto della trasmissione di Giornale Radio “Italia no limits” di martedì 8 Settembre
