Robin Hood – L’origine della Leggenda: un fuorilegge antico riscritto in salsa pop

Di film incentrati sulla figura popolare di Robin di Locksley ce ne sono a bizzeffe. Basti pensare che la prima volta che venne portato su grande schermo risale a ben centodieci anni fa (nel corto muto Robin Hood and his merry men, 1908)! Da allora l’immaginario che ruota intorno al fuorilegge che “ruba ai ricchi per sfamare i poveri” si è arricchito sempre di più, spaziando dal genere action alla commedia e passando perfino per l’animazione a cartoni animati (dal classico Disney all’anime nipponico).

Ogni volta che si tenta di proporre un nuovo Robin Hood, quindi, si pensa di apportare novità significative, nello smaccato tentativo di diversificarsi dai precedenti lavori.

Così è stato per Robin Hood – L’origine della Leggenda, ennesimo lungometraggio hollywoodiano dedicata all’arciere senza macchia e senza paura, che prova in tutti i modi a parlare un linguaggio innovativo e attuale.

Nasce così il Robin Hood di Otto Buthurst, già regista della serie tv Peacky blinders, dalla quale esporta l’uso smodato dei ralenti all’interno di scene action dal ritmo serrato.

La sceneggiatura è affidata a Ben Chandler e David James Kelly, due nomi poco conosciuti che rappresentano di fatto il tallone d’Achille dell’intera operazione.

Qui stravolto in Loxley, il nobile Robin di Locksley (Taron Egerton) viene costretto ad abbandonare il paese di Nottingham, Inghilterra, e la sua amata Marian (Eve Hewson) per combattere contro i saraceni invasori in Terrasanta. Durante la guerra Robin si rende conto dell’insensatezza di tanta violenza, e – unico tra tutti – prova pietà nei confronti dei saraceni prigionieri. Di ritorno in Gran Bretagna, stringe quindi una forte amicizia con un “moro” superstite, Yahaya detto John (Jamie Foxx), che lo addestra per diventare un provetto arciere e fuorilegge.

L’obiettivo è uno: spodestare il crudele sceriffo di Nottingham (Ben Mendelsohn), che svena la popolazione con tasse sempre più esose mentre la nobiltà continua a vivere nello sfarzo. Ne esce fuori una vera e propria rivoluzione.

Il film di Buthurst prende solo marginalmente in considerazione la figura leggendaria di Robin Di Locksley (pur essendo uno dei pochi che ne spiega l’origine del soprannome, “Hood” ovvero “cappuccio” dalla cappa che consente al ladro di celare le proprie fattezze).

Sceneggiatori e regista badano molto poco al background storico-leggendario e scelgono, invece, un approccio “pop”, rivolgendosi principalmente ad un pubblico di giovani spettatori.

Le scelte sono piuttosto azzardate: se l’idea di identificare Little John con un combattente saraceno è decisamente straniante ma ancora plausibile, sono i momenti di combattimento che risultano meno credibili, con spari, mitragliate ed esplosioni di “michaelbayana” memoria, che poco hanno a che vedere col contesto storico, medievale, nel quale si contestualizza la storia.

Gli anacronismi sono tanti, come le molotov costituite da bottiglie di vetro e stracci imbevuti di liquido infiammabile che rimandano molto alla storia contemporanea.

Forse per questi intenti allusivi alle lotte odierne, tra i produttori figura nientepopodimeno che Leonardo DiCaprio.

Robin Hood – L’origine della Leggenda non è sicuramente un film pretenzioso, e, per scansare i paragoni con gli innumerevoli precedenti Robin Hood, parla un linguaggio differente. Non solo nelle scene action, come abbiamo detto, ma anche nella messa in scena, dalle scenografie spoglie al make-up aggressivo, fino ad arrivare ai costumi ultra moderni, dichiarazione lampante del non volersi uniformare alla veridicità storica.

In questo senso quindi, Robin Hood – L’origine della Leggenda risulta un film d’azione piuttosto semplice, che usa la figura del leggendario fuorilegge solo come “scusa” per narrare una vicenda altra, dove ciò che più conta è mostrare l’effetto (speciale) e non la causa.

 

 

Giulia Anastasi