Nella Parrocchia di Santa Rosa da Viterbo il film di Jordan River si trasforma in un’esperienza collettiva tra suono, spiritualità e confronto che continua oltre lo schermo

Non è stata una semplice proiezione, e sarebbe riduttivo raccontarla come tale. La serata del 10 aprile, nella Parrocchia di Santa Rosa da Viterbo a Roma, ha dimostrato che il cinema, quando trova il contesto giusto, può ancora diventare un atto collettivo, quasi necessario.

Non una sala cinematografica, ma una parrocchia. Non un pubblico anonimo, ma famiglie, volti, relazioni. Un’atmosfera che fin dall’inizio ha tradito la natura dell’evento: qualcosa di più di una visione, qualcosa che aveva già dentro di sé l’idea del confronto.

L’iniziativa, nata da un intreccio di amicizie e partecipazione reale, è stata resa possibile grazie all’impegno di Riccardo Antinori e di ViviRoma.it, insieme all’associazione Associazione culturale “Insieme al Cittadino” Una costruzione dal basso, quasi spontanea, che ha trovato nella disponibilità della parrocchia guidata da don Jess uno spazio aperto, non scontato, per un’opera che non cerca consenso facile.

Perché Il Monaco che vinse l’Apocalisse, il film di Jordan River, non è un film facile. E non prova nemmeno a esserlo. In sala, insieme al regista, era presente anche la sceneggiatrice Michela Albanese, parte integrante di un lavoro che sceglie consapevolmente di non semplificare.

Lo chiarisce lo stesso regista, prima ancora della proiezione, quando prende la parola davanti al pubblico e prova a dare delle coordinate, più che spiegazioni:

“Non è un biopic, non è un film biografico. E non è un film devozionale”.

Jordan River

Una dichiarazione che spiazza, soprattutto in un contesto come quello parrocchiale, ma che diventa subito chiave di lettura.

Il film prende le mosse dalla figura di Gioacchino da Fiore, pensatore medievale complesso e ancora oggi poco conosciuto, per costruire qualcosa che non guarda indietro, ma avanti.

Non è solo un’operazione cinematografica. C’è un elemento che dà un peso diverso all’intero progetto e che raramente emerge con chiarezza nel dibattito pubblico.

Il 27 giugno 2024, Papa Francesco, nel messaggio per la Giornata mondiale del creato, ha citato Gioacchino da Fiore affermando che “seppe indicare l’ideale di un nuovo spirito”. Un riferimento che segna una svolta simbolica: un ritorno esplicito a questa figura a oltre otto secoli dalla sua morte.

È dentro questo spazio, sospeso tra storia, teologia e contemporaneità, che si inserisce il film di Jordan River.

“Non parla di un tempo della fine, parla di un tempo dell’inizio”, dice River, ribaltando una delle parole più cariche di paura e simbolismo: apocalisse.

Ed è proprio qui che il racconto cambia direzione. Non più un aldilà lontano, ma una responsabilità presente.

“È nell’aldiquà che noi decidiamo il paradiso”, insiste il regista, spostando il discorso su un piano esistenziale, quasi scomodo, perché chiama direttamente in causa lo spettatore.

Il risultato è un film che non si limita a raccontare, ma prova a far vivere. Non a caso River insiste su un elemento spesso secondario nel racconto cinematografico tradizionale: il suono.

“Abbiamo fatto un lavoro particolare anche sul sound design, per ricostruire scene metafisiche, per far vivere a livello neurosensoriale cosa prova un mistico, cosa succede nei sogni”, spiega.

Un lavoro che coinvolge anche collaborazioni con centri di ricerca e che punta a entrare in quella dimensione sospesa tra percezione e interiorità.

Anche in un contesto lontano dalle sale cinematografiche tradizionali, il film mantiene intatta la sua forza. Non è una questione tecnica, ma di visione: un linguaggio che rompe i cliché e costruisce un percorso che intreccia teologia, filosofia e immaginazione senza cercare scorciatoie.

Non è un caso che River metta in guardia il pubblico prima ancora della visione: invita a non lasciarsi condizionare, a mettere da parte le aspettative, a uscire dagli schemi. È quasi una richiesta di disponibilità, più che un’introduzione.

E la risposta arriva dopo. Perché è dopo la proiezione che la serata prende una forma diversa, forse quella più interessante dal punto di vista giornalistico. Il film non si chiude. Si apre. La sala resta, il pubblico resta, e comincia un confronto lungo, articolato, a tratti anche complesso.

Le domande non sono di superficie. Si entra nel merito. Si parla di libero arbitrio, di bene e male, di fede vissuta e fede dichiarata. Qualcuno coglie la difficoltà dell’opera, altri ne riconoscono il coraggio. Un intervento dal pubblico colpisce per lucidità:

“il film, dice uno spettatore, non racconta il misticismo medievale, ma lo fa vivere dall’interno.”

Ed è forse questa la chiave che meglio restituisce il senso dell’esperienza.

River ascolta, risponde, rilancia. Non difende il film, lo rimette in discussione insieme agli altri. Quando affronta il tema del libero arbitrio, torna su un punto centrale:

“Non è detto che tutti vogliano andare verso il bene. È una scelta. Il bene e il male si scelgono”.

Una posizione netta, che riporta tutto alla responsabilità individuale.

E quando il discorso si sposta sul cuore del messaggio, il regista è ancora più esplicito: il miracolo che gli interessa non è quello spettacolare, ma quello interiore.

“Parla del miracolo dell’amore, della consapevolezza, che va anche oltre la fede”, afferma, introducendo una linea di pensiero che inevitabilmente divide.

Non tutti sono pronti a seguirla, e questo si percepisce. Qualcuno ammette di non conoscere Gioacchino da Fiore, altri si interrogano sul perché una figura così influente sia rimasta ai margini. Si tocca anche un tema delicato: la difficoltà della Chiesa, in alcuni momenti storici, ad accogliere visioni che mettono in discussione strutture consolidate.

Il dibattito non cerca una sintesi. E forse è proprio questo il suo valore. In un’epoca in cui il consumo di contenuti è sempre più veloce e solitario, assistere a una discussione così lunga, così partecipata, così poco filtrata, restituisce un’idea di cinema che sembrava persa.

Un cinema che non finisce con i titoli di coda, ma continua nello spazio tra le persone.

Il Monaco che vinse l’Apocalisse, passato dalle sale italiane e internazionali e oggi disponibile anche su Prime Video, trova così una nuova dimensione, lontana dalle logiche di distribuzione tradizionali. Non come prodotto da consumare, ma come occasione di incontro.

E forse è proprio questo il dato più interessante della serata romana. Non tanto il film in sé, ma quello che è riuscito a generare. Una comunità che si ferma, guarda insieme, e poi si prende il tempo di discutere davvero.

Dino Tropea, Padre Jess, Jordan River, Michela Albanese, Riccardo Antinori

In fondo, è lì che il cinema torna a essere necessario. Non quando conferma, ma quando mette in movimento.

Di Dino Tropea

Dino Tropea è scrittore e autore di tre libri: «Lasciato Indietro» (Armando Editore), «Ombre e Luci di un Cammino» (Laura Capone Editore) e «Il regno sommerso di Coralyn» (VJ Edizioni Milano). La sua scrittura, empatica ed evocativa, mescola narrativa, poesia e riflessione sociale. Al centro ci sono le persone, con le loro cadute e le loro ripartenze. Resilienza, memoria e speranza non sono parole da copertina, ma esperienze vissute e poi restituite sulla pagina con sincerità. Lavora come curatore letterario, seguendo progetti editoriali e accompagnando autori nel dare forma alle loro storie. In passato ha ideato e condotto programmi radiofonici dedicati alla rinascita, all’arte e all’impegno sociale, portando al centro voci spesso lasciate ai margini. Oggi quella stessa attenzione continua nei suoi scritti e nelle collaborazioni culturali, con uno sguardo sempre rivolto a chi cerca un nuovo inizio.

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