Con “Lunedì”, uscito il 26 settembre, i Roman Krays alzano ancora il volume sulla realtà quotidiana, quella che molti vorrebbero zittire: il lavoro come gabbia, la ripetizione come oppressione, la settimana che inizia e ti pesa addosso già prima di alzarti dal letto.

Roman Krays – Lunedì

Il brano non fa sconti: chitarre ruvide, serrate e rabbiose costruiscono un muro sonoro che spinge l’ascoltatore dentro l’angoscia di chi sente di non avere via d’uscita. Non c’è spazio per alleggerire, perché la domenica vola e il lunedì diventa simbolo di schiavitù moderna.

Il testo fotografa bene l’esperienza di chi si sente ingranaggio di un sistema che riduce le persone a numeri. Le immagini della routine – il viaggio verso il lavoro, il distacco dalla famiglia, la standardizzazione dei gesti – si intrecciano a una voglia disperata di fuga.

Eppure, nel ritornello, arriva un’apertura: una melodia punk che si fa coro liberatorio, da urlare insieme come atto di resistenza. Un grido che dice: “nonostante tutto, ci siamo ancora”.

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