L’emblematico passaggio dalla dimensione corale e sociopolitica portata ad effetto in Alcarràs – L’ultimo raccolto, unendo rigore ed emozione, alla connotazione intima ed esistenziale, di natura biografica, che ne permea l’ultima fatica, Romería – Il mare dei ricordi, costituisce per la risoluta regista catalana Carla Simón una marcia in avanti verso l’investitura ad autrice tout court o una marcia all’indietro sul versante dell’efficacia della sua cifra stilistica?

La risposta non risiede nella schiettezza dell’ispirazione, relativa all’esperienza di orfana già dispiegata per guardarsi dentro in Estate 1993 ed esprimere il senso di estraneità dovuto all’impatto coi genitori adottivi quando il ricordo di quelli biologici attanaglia l’anima, bensì nella forza significante dell’irrinunciabile scrittura per immagini nonché nella capacità, altrettanto risolutiva, di scrivere con la luce. Specie coi contrasti, individuabili nella combinazione di verde e rosa dei frutteti della Catalogna dovuta alla mela bicolore in speculare antitesi con l’algida tonalità metallica dei pannelli solari che scalzano il valore dei vincoli di suolo alla medesima stregua dei legami di sangue preservati dalla tradizione agricola familiare destinata a soccombere dinanzi al regresso etico connesso all’ambiguo progresso tecnologico ed economico.

I fluidi movimenti dell’alacre ed empatica macchina da presa, ad altezza d’uomo per porre gli spettatori nella stessa ottica dei protagonisti costretti ad abbandonare la terra coltivata di generazione in generazione cedendo obtorto collo la ribalta a una scalpitante azienda energetica, lasciano spazio ad altri tipi di panoramiche. Ora deliberatamente contemplative, attigue all’interazione tra habitat ed esseri umani, ora a schiaffo. Allo scopo di rendere appieno il turbinio dell’altalena degli stati d’animo dell’inquieta Marina dinanzi all’amarcord zeppo di dettagli privati, diari segreti, piste cosparse di rocce, sabbia ed elementi cari alla geografia emozionale in grado di determinare altresì il modo di reagire alla piega funesta degli eventi. L’assiduo ricorso ai pedinamenti d’ascendenza zavattiniana noti al giorno d’oggi come tracking shot innesca la ricerca dell’alterità dell’immusonita protagonista, alter ego dell’intraprendente regista decisa a legittimare l’elezione ad autrice con la “a” maiuscola trattando un tema che conosce profondamente, restituendo la verità spirituale ed epidermica degli ambienti percorsi all’epoca dell’età verde dai genitori biologici. Destinati a coniugare anzitempo la vita all’imperfetto a causa dell’impietoso AIDS.

L’interazione tra ricerca dell’alterità, riferita alle zone neglette ed esotiche della Galizia inizialmente estranee all’eterea ragazza cresciuta nella Catalogna ma alla fine capaci di connetterla con l’egemonia sacrosanta dello spirito sulla materia, ed elaborazione poetica del lutto tradisce l’assenza dell’irrinunciabile carattere d’ingegno creativo. Sulla scorta del quale la motivata ed estrosa Carla Simón era riuscita in Alcarràs – L’ultimo raccolto ad amalgamare stilemi apparentemente agli antipodi. Dalla prevalenza della crudezza oggettiva sull’enfasi di maniera a braccetto con l’aura ascetica impreziosita dalla sensibilità soggettiva. Dalla destrezza di rendere le platee partecipi d’una struttura narrativa a incastro in cui le figure di fianco acquistano lo stesso peso specifico dei protagonisti a tutto tondo all’attitudine a convertire l’ambientazione ad attante narrativo ed evocativo di maggior rilievo rispetto agli autoctoni in carne e ossa. La motivazione, mancante dell’estro precedente smarrito strada facendo, consente in ogni caso ai piani stretti di tramutare il volto della ragazza, che a distanza di oltre quindici primavere insegue le radici perse nei paesaggi sperduti della Galizia, in una mappa sentimentale ed epidermica. Sancita dal compiuto gioco fisionomico della persuasiva Llúcia Garcia nei panni dell’instabile Marina. Che alterna lo smarrimento col ravvedimento.

Gli spazi realmente attivi ed evocativi invece alla prova del nove appaiono disconnessi dalla morale della favola. L’effigie di Vigo, dell’arcipelago situato al largo della costa limitrofa, dei posti incontaminati e delle spiagge bianche, del Parco Nazionale delle Isole Atlantiche della Galizia veleggia infatti sulla mera superficie. Il polo d’attrazione attribuito in Alcarràs – L’ultimo raccolto alla conciliazione del carattere d’autenticità col carattere d’ingegno creativo e della crudezza oggettiva insieme alla sensibilità soggettiva sembra perciò un miraggio. La penuria d’acume reale trascina la geografia emozionale nell’impasse degli inutili colpi di gomito dei timbri figurativi lungi dal convertirsi in ragguagli introspettivi. La stimolazione cognitiva correlata alla variante perlomeno curiosa del pellegrinaggio festoso suggerito dal titolo stenta a frugare sul serio nelle pieghe del processo di crescita personale per mezzo della cinepresa intenta a basculare adesso verso l’alto, adesso verso il basso, senza mai cogliere la resa degli esami comportamentistici in combinazione col vincolo di suolo acquisito mediante l’ampolloso e farraginoso percorso reminiscenziale. Romería – Il mare dei ricordi paga infine dazio alla deleteria incognita della noia di piombo regredendo la ricerca sentimentale nell’ostentazione di traguardi ed empiti pseudo-elitari cementati dall’affettazione formale. Che sbarra il passo all’idonea esplorazione contenutistica.

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