Non credevo che avrei mai scritto questa recensione, perché quando si tocca un amore, ed un amore grande, di quelli con la A maiuscola, il rischio di ferite è sempre all’angolo, immenso. Eppure eccomi qui a farlo. La curiosità ha prevalso, quella curiosità che mi spinge sempre a documentarmi, a farmi un’idea sulle cose, a dire “sì ma forse”, anche quando sicuramente sarebbe meglio seguire l’istinto, e, soprattutto, il cuore. Ma partiamo dal principio. Era il lontano 1994, ed un’adolescente Ilaria in adorazione del mondo dark goth entrava da sola in una sala cinematografica perché non aveva trovato nessuno che volesse andare con lei a vedere “Quel film”. Non sapeva nulla di James O’Barr, non aveva mai letto i suoi fumetti, ma “Quel film” le avrebbe cambiato profondamente la vita, perché l’avrebbe fatta innamorare follemente di lui, di Eric Draven, tornato nientemeno che dall’aldilà per vendicare la sua morte e quella della sua amata Shelly. Ovviamente sto parlando del gioiello di Alex Proyas Il Corvo (The Crow), tacciato come film maledetto perché durante le riprese trovò la morte per un proiettile vagante l’attore Brandon Lee, che interpretava, appunto Eric. Al netto dei difetti che sicuramente questa pellicola ha, Il Corvo è diventato fin da subito un punto di riferimento per tutti coloro che si riconoscevano nella cultura dark/wave che serpeggia in ogni singolo atomo del film, dal perturbante protagonista truccato da pierrot, alle location, fino alla indimenticabile colonna sonora che enumera nomi che vanno dai Cure ai Nine Inch Nails, passando per gli Stone Temple Pilots, i Rage Against the Machine, i Pantera, e moltissime altre band iconiche di quegli anni. Il Corvo è un film perfetto per fare presa sui cuori di coloro che si riconoscono in Draven e vedono nella sua vendetta il segno di una giustizia divina sotto forma di un corvo nero, che ovviamente riporta le menti al grande scrittore di Boston Edgar Alla Poe. È un film di pura magia, tutto è al posto giusto, c’è il romanticismo, la passione, la violenza, la vendetta, la speranza: “non può piovere per sempre”, in effetti. Dopo il successo della pellicola, legato anche alla macabra vicenda della morte di Lee, seguirono a questo altri capitoli di quella che diverrà poi una sorta di saga: nel 1996 esce Il Corvo 2 di Tim Pope, nel 2000 Il Corvo 3 – Salvation di Bharat Nalluri e nel 2005 Il Corvo – Preghiera Maledetta di Lance Mungia. Nessuno di questi film mi ha particolarmente disturbata perché si limitavano ad andare avanti sulla scia dei fumetti di O’Barr, lasciando riposare in pace Eric Draven insieme a Brandon Lee, che per lui aveva dato la vita. Ma nel 2022 l’annuncio scioccante: si farà un remake del film di Proyas, e ad interpretarlo sarà quel Bill Skarsgård che già mi aveva irritato col suo Pennywise in It di Andy Muschietti, e che all’inizio del 2025 mi irriterà ancora con la sua versione baffuta di Nosferatu. Il film esce nel 2024, si intitola ovviamente The Crow, ed, ahimè, Bill si chiama proprio Eric Draven. Eccoci, ci siamo, mi sono detta, l’hanno fatto davvero. Hanno dissacrato la memoria di Lee rendendo il suo iconico Eric Draven una sorta di trapper carcerato coi tatuaggi in faccia e la sua delicata Shelley che lottava per i diritti dei senzatetto una tossica ninfomane: perché? Bisognerebbe chiederlo al regista inglese Rupert Sanders, che dopo una versione bruttina della fiaba di Biancaneve del 2012 (Biancaneve e il Cacciatore), ci regala un filmetto di fantascienza carino, arricchito molto dalla presenza di Scarlett Johansson, Ghost in the Shell, classe 2017. Ed insomma, Sanders si presta allo scempio, e dirige questo imbarazzante remake contemporaneo di uno dei film più magici mai usciti. Potrei fermarmi qui, per invogliarvi a non vederlo, ma qualche altra parola la dico, giusto per sottolinearne l’estrema e disarmante bruttezza. Giuro che l’ho visto senza pensare al primo, facendo passare un po’ di acqua sotto i ponti, cercando di essere più imparziale possibile, ed il verdetto è uno solo: anche se non fosse il remake de Il Corvo sarebbe un film bruttissimo e senza capo né coda, senza anima e con interpreti sbagliati e svogliati, ma poiché, oltretutto, lo è, ed i due protagonisti hanno la presunzione e l’arroganza di chiamarsi Eric Draven e Shelly Webster, allora direi che peggio di così non si può. E poco conta che la storia sia diversa e che il Corvo palestrato sia più simile a quello del fumetto di O’Barr. Qui siamo nei territori dell’orrore, ma di quello vero, che non si può guardare.

Eric Draven è un tossicodipendente che in carcere conosce un’altra bella tipa come lui, Shelly Webster, che gli si appiccica addosso come una cozza finché lui non cede, e durante la fuga di lei la segue fuori dal carcere, con un’inquietante facilità nel togliersi i braccialetti elettronici. Naturalmente i due finiscono a letto insieme ancora sudici di galera, ma Vincent Roeg, un boss della malavita che un video di Shelly potrebbe incriminare, ed i suoi scagnozzi, sono sulle tracce della ragazza, e finiranno, ovviamente, per far fuori sia lei che il neo amante. Ma una volta giunto in purgatorio Eric incontra una sorta di Virgilio nero che gli dice: “torna a vendicare quelli che hanno fatto questa brutta azione, e potrai riavere la tua Shelly”. Lui non se lo fa ripetere due volte, va e comincia ad ammazzare gente super pericolosa con estrema nonchalance, ma alla fine qualcosa andrà storto.

Tutto è noioso in questo film, a partire dai protagonisti. Bill Skarsgård è bravo, questo è innegabile, ma sbaglia quasi sempre i ruoli, a differenza di quell’attore di gran classe che è suo papà Stellan. Qui è un fessacchiotto che si scioglie alla linguaccia della prima ragazzetta che trova in carcere, e sarà un burattino tra le sue mani fino alla morte, e forse anche dopo. Completamente privo del carisma di Lee, anche quando si mette su la palandrana nera e si bistra gli occhi, non gli basterebbe una vita per essere Draven. Per non parlare di Shelly: nel 1994 era la sensuale e dolcissima Sofia Shinas ad interpretarla, che dava vita ad una paladina dei diritti dei poveri e degli emarginati, che sognava il matrimonio col suo musicista rock e si prendeva cura di un bel gattone e di una bambina di strada, Sarah. Qui troviamo una cantante, FKA twigs, che saprà cantare, non lo metto in dubbio, ma a recitare non è proprio portata, e la sua Shelly non crea nessuna empatia, non si sta male quando muore, è una tossica, una sorta di ninfomane assatanata che si butta sul primo bel ragazzo che trova in carcere, e se anche dopo si innamorano, non c’è davvero nulla in questa coppia che fa battere il cuore come nell’originale. Manca completamente il romanticismo, ingrediente fondamentale del primo Corvo. Mancano i buoni sentimenti, manca la buona musica, eccetto uno sparuto brano dei Joy Division.

E mancano dei cattivi degni di tale nome. Non importa se il capo della mala locale è interpretato da Danny Huston, figlio del grande John Huston, ricordato dagli orrorofili per essere stato Marlow, il capo della setta di vampiri che infestano una cittadina dell’Alaska nel bellissimo 30 Giorni di Buio di David Slade del 2007. Lì Huston era terrificante, cattivissimo, e dotato di una sua propria personalità; qui invece il suo Vincent Roeg non fa paura, non mette ansia né timore, è un cattivo anonimo, talvolta addirittura ridicolo, come lo sono tutti i suoi scagnozzi, a partire dalla biondina Marian, interpretata dalla finlandese Laura Birn. Questi due dovrebbero prendere il posto di Top Dollar e la sorellastra incestuosa Myca, interpretati egregiamente da Michael Wincott e la stupenda Bai Ling? E dove sono finiti T-Bird, Skank, Funboy e Tin Tin? E Sarah e la madre Darla, la cui storia è una delle più commoventi del film di Proyas? Insomma, non ci sono, e mi può anche stare bene, ma mettici allora qualche altro personaggio di spessore, che renda la visione del film appagante ed interessante, facendoci staccare la mente dal capostipite di cui ha la pretesa di essere remake! Invece nulla. Piattume totale. Noia dall’inizio alla fine. L’unico desiderio che si ha guardando il film è che finisca presto.

Non ci sono uccisioni rocambolesche, manca l’estetica del delitto, si ammazza e basta, barbaramente. E non c’è una frase o un tormentone che rimanga dentro, come quel “Fuoco e Fiamme” che si continua a ripetere per giorni dopo la visione de Il Corvo. Draven scrive, ma cosa non si sa, perché lui stesso dice che non sono né poesie né canzoni: è inutile, non è un musicista e paroliere ispirato come il Draven di Proyas. Nessun sobbalzo, nessun batticuore, nessuna lacrima. Nulla di nulla. Un film inutile, di cui anche gli effetti speciali sono ridicoli. Se il film di Proyas non era tecnicamente un capolavoro, poteva vantarsi, però, di avere un’anima grande quanto il mondo. Questa robetta che esce esattamente 30 anni dopo, cosa si vanterà di aver fatto per far parlare di sé, se non aver infangato la memoria di Lee e del suo Eric Draven? Meditate, gente, meditate, ma io, per una volta, vi dico: se non vi è interessato vederlo finora, continuate a non farlo, e non vi farà entrare il nervoso come ha fatto a me. Tutto di guadagnato, fidatevi. Se il Suspiria di Guadagnino, chiamato con un titolo diverso, non si può negare sia un gran bel film, questo potete chiamarlo come volete, ma sempre un obbrobrio rimane. E qui mi fermo. Ma è uno di quei film che non avrebbe mai e poi mai dovuto vedere la luce.

Il film è attualmente disponibile sulle piattaforme Apple TV, YouTube, Rakuten TV, Google Play Film, TIM Vision ed Amazon Prime Video, ed in dvd e blu-ray Eagle Pictures.
https://www.imdb.com/it/title/tt1340094
