È un rifugio la bellezza, per Salvario intendo… e siamo d’accordo con lui… e l’ascolto di questo nuovo disco che solca con mano delicata il tracciato di un indie pop sempre attuale, sempre pieno di rimandi nostalgici ad un tempo ormai lontanissimo… “Fragili Meravigliose Città” suona di bellezza e senza alcuna presunzione. Suona e non chiede altro… delicatezza umana che si conserva e vive potente dentro questo tempo strano…

Noi spesso iniziamo parlando di bellezza. Cercando di oltrepassare il concetto estetico da vetrina… per Salvario, la bellezza, per davvero… cos’è?
Per me la bellezza è un rifugio, qualcosa da cercare e riscoprire costantemente nella quotidianità. È un istinto che ci appartiene da sempre, ma che finisce regolarmente sommerso da quel mare di notifiche, impegni, traffico e ambizioni di cui ci nutriamo ogni giorno. Per come la vedo io, la bellezza è un respiro lento: quello che sanno regalarti un film, un libro, un disco, un viaggio o una passeggiata in primavera. È quel momento in cui, finalmente lontani dalle distrazioni, riusciamo a riconnetterci con la nostra parte più profonda.
E tu personalmente, da artista, come la cerchi e come la raggiungi? Anzi… come sai d’averla raggiunta?
Mi illudo di raggiungerla attraverso la scrittura, il canto, la lettura; attraverso le melodie che immagino o le parole che appunto sul mio moleskine. Non conosco altra via. Questa illusione reiterata nel tempo è finita per diventare un ideale, un faro nel rumore di fondo.
La bellezza dentro questo disco sembra come una nebulosa che permea la solitudine… come un ingrediente a corredo della vera esistenza… cosa ne pensi?
Credo che la scoperta del bello passi necessariamente dalla solitudine; riusciamo a percepire la vera grandezza di ciò che ci circonda — la natura, gli altri, le nostre stesse passioni — solo quando le filtriamo attraverso il silenzio dell’isolamento. La solitudine di cui parlo è quella che rigenera, che ti spinge ad andare a fondo in un mondo che, invece, ci vuole costantemente a galla sulla superficie dell’effimero. Non è facile, ma mi illudo di avere uno strumento per trovare la profondità. Del resto, la capacità di meditare e di guardarsi dentro è la vera scommessa per il futuro.
Ho trovato tantissima contemplazione del mondo attorno. Non sei mai scaduto dentro delle critiche noiose… ha portato questo gli anni di “archivio” passati?
È in parte un disco post-covid, inutile girarci intorno. Canzoni come “La città senza le persone” o “Sciame” nascono proprio da lì. È stata una sterzata che ha stravolto il quotidiano e ci ha tolto l’illusione di avere tutto sotto controllo. Molti miei colleghi in quel periodo hanno raddoppiato le forze per continuare a lavorare e per sostenere emotivamente il pubblico. Io ho fatto l’opposto: ho colto l’occasione per mettere in pausa il mio progetto. Sentivo che dovevo farlo. Potevo permettermelo perché non vivo di sola musica, ma soprattutto perché qualche mese prima era nato mio figlio. In quel momento ho scelto di dare il 100% alla mia famiglia e a me stesso, lontano dall’avatar Salvario. È in quel silenzio che ho trovato la contemplazione di cui parli. In fondo, quel momento è stato un passaggio fondamentale per tutti: un’occasione di crescita o di riequilibrio. Un po’ come quando, nelle vite private, accadono eventi straordinari, dolorosi o gioiosi, che ti costringono a fermarti e a cambiare prospettiva.
Secondo te, oggi la parola… la bellezza… riesce anche a raggiungere il pubblico quotidiano perennemente distratto? Dunque un disco così profondo, per quanto pop, come dialoga con il tempo che viviamo?
A suo modo la bellezza circolerà ancora e per sempre. È in un angolo, basta cercarla, desiderarla. Per ascoltare bene un disco bisognerebbe chiudersi in una stanza e dedicargli quei 30 o 40 minuti, ma oggi è difficile: ascoltiamo musica dal telefono, dove arrivano chiamate e notifiche, oltre alla tentazione continua di aprire una delle mille app. Io faccio fatica, infatti, quando voglio ascoltare davvero qualcosa, lo faccio di notte prima di addormentarmi o quando sono in viaggio. È inutile pretendere di tornare indietro: non riavremo mai, ad esempio, il fascino e il calore dei caminetti in tutte le case. La tecnologia ci ha spinto oltre e dobbiamo misurarci con questo. Vale anche per il modo di fruire la musica. In passato, nel passaggio dalla classica o dall’opera al pop, si parlava di imbarbarimento, ma per me il rock’n’roll è stato una benedizione. È una prospettiva generazionale: la vera sfida oggi è prendersi cura dell’artigianalità e dell’autenticità in un mondo che vira verso l’intelligenza artificiale.
