Intervista esclusiva di Paola La Montanara per MondoSpettacolo

Salvo Cici, fotografo e direttore della fotografia, è un artista che unisce un approccio essenziale e intenso alla narrazione visiva. Influenzato da maestri come Vittorio Storaro, Helmut Newton e Caravaggio, il suo stile privilegia la luce come strumento per rivelare emozioni autentiche, senza decorazioni superflue. Con progetti come il cortometraggio “Over” (diretto da Maurizio Bologna), “L’Erede” (di Sandy Di Natale) e il work-in-progress “Qanat” – un’esplorazione tra storia e contemporaneità ispirata ai Beati Paoli – Cici trasforma ogni immagine in un ritratto emotivo. In questa intervista esclusiva, esplora il suo amore per la fotografia, il passaggio al cinema, il ruolo della luce e i suoi consigli per chi aspira a questo mondo, culminando in un messaggio potente sulla sensualità e l’empowerment femminile.

Come è nato il tuo amore per la fotografia e come sei arrivato al cinema come direttore della fotografia?

Il mio amore per la fotografia nasce prima dell’immagine. Nasce dall’osservazione delle persone, dai silenzi, da ciò che cercano di controllare e da ciò che, inevitabilmente, emerge. La macchina fotografica è diventata lo strumento per dare forma a questa attrazione verso l’animo umano. Il cinema è arrivato quando ho sentito che un solo istante non mi bastava più. Avevo bisogno del tempo, del respiro, dell’attesa. Il mio primo lavoro come direttore della fotografia è stato Over, un cortometraggio sulla storia di un ragazzo in overdose, per la regia di Maurizio Bologna. Lì ho capito che la luce non serve a rendere le cose più belle, ma più vere.

Qual è stato il progetto che ti ha fatto capire che fotografia e cinema, per te, erano la stessa lingua?

Over è stato uno spartiacque. Ho compreso che potevo trattare ogni inquadratura come un ritratto emotivo. Non volevo raccontare una storia “forte”. Volevo accompagnare lo spettatore dentro una condizione umana. Da quel momento fotografia e cinema hanno smesso di essere due mondi separati. Sono diventati un unico respiro.

Come descriveresti il tuo stile visivo? E cosa desideri che una donna senta quando si riconosce in una tua immagine?

Il mio stile è essenziale, intenso, mai decorativo. Amo le luci caravaggesche perché non spiegano, ma suggeriscono. Accettano l’ombra come parte della verità. Quando una donna si riconosce in una mia immagine, vorrei che sentisse questo: non sto mostrando qualcosa di te, sto togliendo ciò che ti impedisce di vederti davvero. La sensualità, quando arriva, non è costruita. È una conseguenza.

Qual è l’equilibrio tra tecnica e creatività nel tuo lavoro?

La tecnica è ciò che mi rende libero. Mi permette di muovermi con sicurezza, di proteggere chi ho davanti all’obiettivo. La creatività entra quando scelgo cosa togliere. Quando rinuncio a una soluzione perfetta per una soluzione vera. È lì che nasce l’emozione.

In che modo la fotografia statica influenza il tuo sguardo cinematografico?

Da fotografo ho imparato a leggere una persona in pochi secondi. Sul set questo è fondamentale. So quando una luce protegge e quando espone troppo. So quando un’inquadratura racconta e quando tradisce. Ogni scena, per me, è un volto che parla, anche nel silenzio.

Puoi raccontare un progetto in cui la tua doppia anima di fotografo e DoP ha fatto la differenza?

L’erede, per la regia di Sandy Di Natale, è uno dei progetti che meglio rappresenta questa sintesi. Un film riconosciuto dalla critica, costruito su tensioni sottili, mai urlate. Accanto a questo percorso c’è Qanat, un progetto vivo, in continua evoluzione. Prenderà nuove sembianze future. Nasce dalla storia dei Beati Paoli, ma dialoga con il presente. Qui la fotografia diventa ponte emotivo tra epoche, tra memoria e attualità.

C’è stata una scelta di luce o di composizione che ti ha messo emotivamente alla prova?

Sì. Ed è successo quando ho scelto di non proteggermi. In alcune scene la soluzione più sicura sarebbe stata illuminare di più, spiegare, rassicurare lo spettatore. Ho fatto l’opposto. Ho tolto luce. Ho lasciato spazio all’ombra. Ho accettato il rischio. Perché l’emozione vera nasce quando smetti di controllare tutto. Quando permetti all’immagine di respirare, anche se questo significa esporre una fragilità. È una scelta che faccio spesso, nel cinema come nei ritratti: creare uno spazio in cui una persona può abbassare le difese senza paura di non piacere.

Come lavori con i registi? È un dialogo o una visione che si impone?

È sempre un dialogo. Parto da una domanda semplice: cosa deve sentire lo spettatore? Poi arriva il momento in cui mi assumo la responsabilità della visione fotografica. L’immagine non può essere timida. Deve avere una direzione chiara, anche quando è delicata.

Come scegli location, palette e illuminazione per raccontare una storia… o una donna?

Parto sempre dalla psicologia. La location deve rispecchiare, non sovrastare. Le palette cromatiche sono scelte emotive, non decorative. La luce segue una regola semplice: prima decido cosa proteggere, poi cosa mostrare. È una questione di rispetto.

Qual è il ruolo della fotografia nel sostenere l’emozione?

La fotografia accompagna senza farsi notare. Avvicina quando serve empatia, allontana quando serve distanza. Quando funziona, non la ricordi come “bella”. La ricordi come qualcosa che ti è rimasto addosso.

Che rapporto hai con le nuove tecnologie?

Le uso quando mi rendono più libero, non quando diventano un’esibizione. La tecnologia è utile se mi permette di essere più delicato, più rispettoso, più preciso. Altrimenti è solo rumore.

Analogico o digitale: scelta tecnica o scelta emotiva?

Entrambi. Studio le antiche tecniche fotografiche perché insegnano il valore del limite, dell’attesa, dell’errore. Il digitale offre flessibilità. L’analogico educa lo sguardo. Io ho bisogno di entrambi.

Cosa rappresentano per te i riconoscimenti ricevuti?

Una conferma che il messaggio è arrivato. Ma non sono il motore. Il vero riconoscimento è quando qualcuno mi dice: “grazie ai tuoi ‘occhi’ mi sono vista in un modo che non conoscevo”.

Chi ha influenzato maggiormente il tuo sguardo?

Vittorio Storaro per la consapevolezza del colore come linguaggio emotivo, capace di guidare lo spettatore senza imporsi. Helmut Newton, Man Ray, Peter Lindbergh e Ugo Mulas per il rispetto profondo verso la persona, mai ridotta a superficie o stile. E poi Caravaggio. Non come citazione estetica, ma come rivelazione. La sua luce non serve a illuminare tutto: serve a far emergere ciò che nasce dalle ombre. Le ombre non sono assenza, diventano parte dell’emozione. La luce di Caravaggio rivela quello che le ombre nascondono, e proprio per questo rende l’immagine viva, inquieta, vera. È una lezione che porto con me ogni volta che illumino un volto: non cancellare l’ombra, ma ascoltarla. Perché spesso è lì che abita la parte più autentica di una persona.

Qual è la tua personale “Holy Grail” estetica?

Un volto in cui convivono forza e fragilità. Controllo e abbandono. È quell’immagine che ti costringe a fermarti un secondo in più.

Qual è la sfida più grande che affronti su un set o in uno shooting?

Mantenere la verità emotiva quando tutto spinge alla velocità. La supero creando calma, ordine, fiducia. Se la persona davanti all’obiettivo si sente al sicuro, l’immagine respira.

Se potessi fotografare qualcosa o qualcuno, cosa sceglieresti davvero?

Sceglierei una donna nel momento esatto in cui smette di chiedersi se è abbastanza. Quel punto preciso in cui il controllo cede, il respiro cambia, lo sguardo scende e poi torna su di sé. È un istante intimo, quasi segreto. Non ha nulla di urlato, ma è profondamente sensuale. Perché la vera sensualità non nasce solo dal mostrarsi, ma anche dal sentirsi. Ed è lì che io voglio essere, con la luce giusta, nel momento giusto.

A cosa stai lavorando ora?

Sto lavorando su più livelli, tutti collegati da un’unica ricerca: l’essere umano, la sua identità profonda, ciò che emerge quando cade il controllo. Qanat continuerà a evolversi e a prendere nuove forme, mantenendo quel dialogo costante tra storia e contemporaneità. Parallelamente porto avanti IMAGO, un progetto di ricerca visiva ed emotiva che unisce fotografia, cinema, studio delle antiche tecniche fotografiche e sperimentazione contemporanea. IMAGO è un luogo concettuale prima ancora che fisico. Nasce per raccontare l’immagine come rivelazione, non come rappresentazione. All’interno di questo percorso si inserisce una mostra che per me rappresenta un ritorno alle origini: il lavoro sulla manipolazione artistica delle Polaroid. Un mezzo lento, fisico, intimo. Un dialogo diretto con l’immagine, toccata, incisa, trasformata. È un modo per tornare all’essenza della fotografia, quando l’errore diventa linguaggio e la materia racconta quanto lo sguardo. La mostra e il progetto fotografico sono dedicati all’anima della donna, alla sua sensualità, alla parte più autentica e spesso nascosta. Creo una bolla protetta, uno spazio in cui essere se stesse è permesso. Dove non si chiede di mostrarsi, ma di sentirsi. E da lì, se lo si desidera, mostrarsi davvero. In parallelo sto scrivendo un mio cortometraggio, che curerò sia nella regia che nella direzione della fotografia. Un progetto intimo e personale, in cui cinema e fotografia si incontrano nel punto più profondo: la verità emotiva.

Un consiglio a chi vuole intraprendere questo percorso?

Studia la luce, ma studia ancora di più le persone. La tecnica si impara. Lo sguardo si costruisce ascoltando.

Dove possono trovarti i lettori che vogliono saperne di più?

Nei miei canali social e nel mio portfolio online. È lì che il mio linguaggio prende forma, tra ritratti, cinema e ricerca emotiva.

Vuoi lasciare un messaggio finale?

Alle donne dico questo: non dovete dimostrare nulla. Dovete solo concedervi. Il mio lavoro è creare uno spazio sicuro, rispettoso, in cui la vostra femminilità e sensualità possano esistere senza giudizio. Ai collaboratori: amo i progetti che hanno un’anima. Perché un’immagine sincera non passa. Resta. Ed è per questo che dico sempre: “Non ti fotografo per mostrarti. Ti fotografo per farti sentire.” È una frase che non chiede di essere capita subito. Chiede solo di essere ascoltata.

Fonte: Esclusiva Salvo Cici per MondoSpettacolo.com
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