Sanremo 2016: il pagellone dei 20 Campioni in gara al Festival!

 

Dopo le prime due serate di questo Festival di Sanremo 2016, ecco il pagellone dei 20 Campioni in gara. Dal peggiore al migliore, tutti i voti alle canzoni in gara. Siete d’accordo?

 

Alessio Bernabei, “Noi siamo infinito“. Voto: 2
Viene spontaneo chiedersi se la scelta di Bernabei di staccarsi dai Dear Jack sia stata una mossa giusta e vincente. A giudicare da questo brano, forse era meglio restare protetti tra le braccia della band. C’è ben poco di originale e la struttura del pezzo assomiglia a una canzoncina commerciale statunitense dell’ultima ora. Cori dance e ritmo incalzante (almeno nelle intenzioni degli autori) non sono sufficienti a rendere positivo il giudizio ultimo sulla canzone, che sembra quasi un collage uscito male, fin troppo urlato e partecipato dall’interprete, che sembra mettercela tutta.

 

Zero Assoluto, “Di me e di te“. Voto: 3
Viene da chiedersi se il tempo si sia fermato, ma in senso negativo. I due amici “assoluti” ritornano alle solite canzoni del loro passato (ma ne sono mai usciti?). Il testo è di una banalità sconcertante e la musica è una versione rivisitata del pezzo “Svegliarsi la mattina“. Anche l’orchestra sembra poco convinta nell’esecuzione, e il voto 3 è per il coraggio.

 

Valerio Scanu, “Finalmente piove“. Voto: 3
Di fronte alla banalità di Scanu non si sa mai cosa dire. La musica è sempre la stessa, i testi anche, qui mancano solo tutti i luoghi e tutti i laghi tanto cari al cantante, che sicuramente è molto meglio e più apprezzato nelle vesti di imitatore e trionfatore di “Tale e quale show”.

 

Dear Jack, “Mezzo respiro“. Voto: 3
Viene da chiedersi come mai una bella voce come quella del nuovo frontman della band (Leiner) possa cantare un pezzo del genere che non valorizza le sue capacità vocali e le sue venature blues che avevamo sentito a X-Factor. L’unione dei due talent sembra non funzionare, il brano è il solito pezzo fresco (quella sarebbe l’intenzione) arrangiato con ambizioni rock e il testo (quasi una ripetizione continua del titolo) non si capisce se sia un refuso di battitura o sia realmente voluto.

 

Bluvertigo, “Semplicemente“. Voto: 4
Per nulla semplice. E’ il solito delirio di Morgan. Un’accozzaglia di strumenti e parole, sussurrate dalla poca voce del Castoldi, sempre alla ricerca di una disperata originalità che però, così, diventa esasperante. Alle volte è meglio essere scarni, diteglielo.. visto che proprio lui adora tanto Endrigo e Tenco. Qualcosa non torna.

 

Neffa, “Sogni e nostalgia“. Voto: 4
Sembra fatto apposta. Il titolo suggerisce la nostalgia del Neffa del passato, più spiritoso, più jazz, più originale. Il brano non lascia nulla, il testo è quasi strampalato e sconnesso. La musica sembra già sentita. Peccato, perché Neffa era una speranza di questo Festival.

 

Giovanni Caccamo e Deborah Iurato, “Via da qui“. Voto: 5
Impianto tradizionale per questo brano scritto da Giuliano Sangiorgi, che si apre lento, con la voce solista di Caccamo quasi in forma cantautoriale classica alla Sergio Cammariere, per poi sfociare in un crescendo dove l'”amica” Deborah può far sentire la sua voce. E’ l’unico tratto interessante del pezzo, che per il resto lascia poco all’ascoltatore. Quasi non si riconosce la firma del frontman dei Negramaro, tranne nel finale dove dominano le chitarre e la batteria sincopata, in una ricerca di pop/rock non così riuscita.

 

Rocco Hunt, “Wake up“. Voto: 5
Ritorna il semi rap populista del giovane napoletano, in un brano rapido e quasi esasperato, dove le parole si sovrappongo a un arrangiamento troppo ricco e ridondante. Siamo alla metà esatta della scala di voti da uno a dieci, perché c’è poco da dire, sia negativamente che positivamente.

 

Clementino, “Quando sono lontano“. Voto: 5
Un altro rapper (all’italianissima). Il brano è molto cantato, di rap ce n’è poco.. è un parlato. La musica non è male, la chitarra acustica dà freschezza al brano, ma non basta. Senza infamia e senza lode.

 

Francesca Michelin, “Nessun grado di separazione“. Voto: 5 
La bella voce della Michelin non riesce ad essere valorizzata. Meglio quando canta con Fedez. Il pezzo è piatto, privo di luce e di sorprese. Sul testo possiamo anche discutere, ma non convince la stessa cantante, che sembra andare con i piedi di piombo.

 

Enrico Ruggeri, “Il primo amore non si scorda mai“. Voto: 6
Sembra quasi di sentire un pezzo (non dei migliori) dei Decibel, la storica band con cui Ruggeri arrivò al successo. L’impianto è decisamente rock con alcune venature quasi punk, ma il testo ripetitivo e poco originale non dà giustizia all’importante arrangiamento e all’orchestrazione del pezzo. È il solito Ruggeri degli ultimi anni, siamo lontani da “Il mare d’inverno” e da “Mistero“, eppure il cantautore ci mette passione ed entusiasmo e a tratti sembra anche convincerti. Il “6” è d’obbligo per un grande della musica italiana, anche se la nostalgia dei brani storici si fa sentire e rimpiangere.

 

Dolcenera, “Ora o mai più (le cose cambiano)”. Voto: 6
La grinta di Dolcenera si fa sentire in questo brano sanremese e di tipico stampo classico. Il pianoforte domina tutto l’arrangiamento, purtroppo senza tante novità. E’ cosa già sentita e il sei va alla passione della cantante, che sistema (quasi) tutto.

 

Irene Fornaciari, “Blu“. Voto: 6
Nonostante le rime scontate, il brano raggiunge la sufficienza per l’ampiezza dell’arrangiamento e le sonorità, che rendono giustizia alla voce della Fornaciari, piuttosto attenta all’esecuzione. Peccato per la scarsa interpretazione, il brano sarebbe arrivato di più al pubblico, che al fermarsi della musica sembra quasi aspettarsi un nuovo ritornello.

 

Noemi, “La borsa di una donna“. Voto: 7
Uno dei testi sicuramente più originali di questo Festival, firmato da Marco Masini, subito riconoscibile. Sembra quasi di sentirlo cantare. L’impianto del brano è come una curva che sale e scende sugli archi e sul pianoforte e la voce della “rossa” si unisce delicatamente al senso metaforico del testo. E’ un pezzo abbastanza atipico per Noemi, che fa sentire il suo groove blues solo in alcuni punti del brano, dove all’eleganza del testo sostituisce quasi un grido di ribellione, incoraggiato dalla chitarra acustica e dalla variante espansiva del ritornello.

 

Arisa, “Guardando il cielo“. Voto: 7
Il solito swing di Arisa sembra non spiccare in questo brano, dal testo delicato e curato, che qualche corda del profondo la tocca sicuramente. E’ la solita Arisa, niente di così nuovo.. eppure la sua voce, il pianoforte appena sfiorato e la chitarra d’accompagnamento, regalano nel complesso un ascolto piacevole, che a tratti fa anche riflettere, soprattutto nella parte iniziale del ritornello, dove senza l’accompagnamento della batteria, l’intensità della cantante (in certi punti anche accompagnata da un certa difficoltà tecnica di esecuzione) arriva tutta.

 

Stadio, “Un giorno mi dirai“. Voto: 7
Già dal titolo sembra di sentire la voce di Gaetano Curreri che, come sempre, non delude, seppur cimentandosi in un pezzo piuttosto classico e appunto riconoscibile quasi troppo nella sua paternità. E’ indubbiamente curato, sia dal punto di vista del testo, e racconta di un amore maturo, sia dal punto di vista musicale, con un glam rock che ricorda alcuni passaggi di Vasco Rossi.

 

Lorenzo Fragola, “Infinte volte“. Voto: 7
Un brano scritto da mezza Italia che Fragola, sorprendentemente, interpreta con tutto se stesso, nonostante parli di un amore vissuto, rinnovato dalla consapevolezza degli errori passati. Eppure, nonostante i suoi vent’anni, sembra essere credibile, accompagnato da una strutta classica sanremese, che però convince.

 

Annalisa, “Il diluvio universale“. Voto: 8
Pezzo potente, arrangiamento con echi classici che fanno risaltare la voce di Annalisa, in questo brano ancora più limpida e perfezionata. Forse il migliore brano di questo Festival, peccato per la somiglianza della strofa (quasi estrema) con “Sei bellissima” della Bertè.

 

Patty Pravo, “Cieli immensi“. Voto: 8
Ritorna una delle regine della musica italiana. E’ vissuta, sentimentale, quasi mistica. La ragazza del Piper sembra ritornata ai tempi d’oro e anche l’interpretazione lo dimostra. L’arrangiamento rende giustizia al testo e al senso del brano, e la voce decisa della cantante ti fa rimenere incollato al pezzo dal primo secondo all’ultimo. Speriamo sia l’inizio di una nuova primavera, se lo merita.

 

Elio e le Storie Tese, “Vincere l’odio“. Voto: 9
Una canzone fatta di ritornelli, particolarmente complessa sia per quanto riguarda la musica e la stessa esecuzione dal vivo, sia per l’articolazione delle parole. Elio stupisce sempre, l’originalità de “La terra dei cachi” ritorna, dirompente, in questa canzone che non è canzone, in questo brano che nessuno mai canticchierà perché è impossibile. Sono tante canzoni in una, dal rock allo swing alla musica classica. I migliori del Festival!
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Paolo Pontivi

(revisione e impaginazione Ivan Zingariello)

 

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