Con “Resto qui”, Sasà V firma una ballad intima e malinconica che racconta l’assenza come una presenza costante. Tra spazi vuoti, oggetti carichi di memoria e silenzi che parlano più delle parole, il brano trasforma l’attesa in una forma di resistenza emotiva. Una canzone sospesa, delicata, che sceglie il non detto per raccontare la fedeltà a ciò che non c’è più.

Oggetti e spazi vuoti sono protagonisti del brano: perché hai scelto di raccontare l’assenza attraverso le cose?
Perché le cose restano quando le persone non ci sono più. Gli oggetti e gli spazi vuoti trattengono le tracce di quello che è stato, senza parlare. Raccontare l’assenza attraverso di loro mi sembrava il modo più semplice e vero per farla sentire, senza spiegarla troppo

Il silenzio, nella canzone, è quasi un personaggio: che ruolo ha nella tua scrittura?
Il silenzio per me è fondamentale. È lo spazio in cui le parole acquistano senso. Nella scrittura lo uso come un respiro: non serve riempire tutto, a volte è proprio quello che non viene detto a raccontare di più.

C’è un’immagine di “Resto qui” che senti particolarmente tua?
Sì, l’immagine che sento più mia è quella del militare al fronte che mira dritto al cuore. Per me rappresenta il coraggio di restare, di non scappare e di stare dentro l’emozione fino in fondo, senza difese, anche quando fa paura.

Quanto conta il non detto nella costruzione emotiva del pezzo?
Conta tantissimo. Il non detto è quello che tiene insieme l’emozione, che le dà profondità. Lascia spazio al silenzio, all’interpretazione di chi ascolta, e rende il brano più vero, perché non tutto va spiegato.

Se dovessi raccontare “Resto qui” come una scena di un film, quale sarebbe?
Sarebbe una scena ferma, quasi immobile: una stanza vuota, la luce che entra piano da una finestra, qualcuno seduto che aspetta senza fare nulla. Fuori il mondo va avanti, ma lì il tempo è sospeso. Non succede molto, ma si sente tutto.

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