Scappo a casa: Aldo Baglio fugge dal fatidico trio e si immerge in un road movie all’italiana

C’erano una volta Aldo, Giovanni e Giacomo, il trio comico per eccellenza dell’Italia degli anni Novanta e dei primi del Duemila. Erano stati loro, in un certo senso, a raccogliere ufficialmente il testimone lasciato da Tullio Solenghi, Anna Marchesini e Massimo Lopez alla fine degli anni Ottanta e non ci avevano di certo fatto rimpiangere l’epica tripletta.

Gli sketch di Aldo, Giovanni e Giacomo sono entrati di tutto diritto nella storia del teatro e della televisione italiana, influenzando perfino idiomi e modi di dire della nostra lingua. L’immaginario creato dal trio non si limitò al palcoscenico e al piccolo schermo, ma – cavalcando l’onda dell’enorme successo riscosso – nel 1997 si rese anche protagonista del lungometraggio cinematografico Tre uomini e una gamba, che oggi è un piccolo cult.

Di acqua ne è passata sotto i ponti, e la filmografia di Aldo, Giovanni e Giacomo si è arricchita di ben dodici pellicole destinate al grande schermo, più e meno riuscite.

E, dopo una biografia corale ( Tre uomini e una vita, ed. Mondadori 2016), uno dei componenti del trio ha deciso di fare il grande passo e buttarsi in un’opera da solista.

In Scappo a casa Aldo Baglio si fa aiutare da Valerio Barletti e Morgan Bertacca (che avevano collaborato alla sceneggiatura degli ultimi due film dei tre comici: Il ricco, il povero e il maggiordomo e Fuga da Reuma Park) per scrivere una storia tutta poggiata sulle sue spalle.

Per la regia di Enrico Lando (I Soliti Idioti 1 e 2, Amici come noi, Quel bravo ragazzo), Scappo a casa è presentato come un road movie in salsa italiana, ma girato per lo più nei paesi balcanici.

Michele (Aldo Baglio) è un meccanico italiano (e con spiccato accento del sud) egoista, lussurioso e palesemente razzista. Durante una permanenza a Budapest viene derubato di soldi e documenti e scambiato per un immigrato clandestino di origine tunisina. Condotto, quindi, dalle forze dell’ordine in un centro per migranti, fa la conoscenza del medico Mugambi (Jacky Ido), con il quale intraprende una fuga che lo porta prima in Croazia, poi in Slovenia, nel tentativo comune di oltrepassare il confine e tornare in Italia. Ma le disavventure che li attendono sono molte. E Michele avrà il tempo di cambiare il proprio punto di vista sulle persone che lo circondano.

L’idea del film di viaggio come metafora di un percorso introspettivo di vita personale è vecchia come la storia del cinema stessa.

In Scappo a casa viene pronunciata una frase significativa: “Solo gli imbecilli non cambiano mai idea”. Una dichiarazione tesa ad evocare quel  cambiamento che avverrà progressivamente nel protagonista, che da sfacciato xenofobo si trasformerà in amico e salvatore di coloro che prima disprezzava.

Eppure, tutto sa di troppo semplicistico. In Scappo a casa ogni singolo personaggio diventa lo stereotipo di sé stesso: il protagonista si esprime dapprima con frasi sull’intolleranza razziale ai limiti della banalità, cambiando poi la propria personalità nell’arco di pochi giorni, per arrivare ad innamorarsi della bella Babelle (Fatou Nidiaye). Le buone prove attoriali dei francesi Ido e Nidiaye non servono, però, ad elevare molto i loro personaggi, troppo costruiti basandosi su dei cliché per essere davvero credibili.

Ma la nota dolente è l’ironica (?) presa in giro delle forze dell’ordine locali, che, capitanate dal commissario interpretato da Angela Finocchiaro, si fanno qui partecipi non solo di facili fraintendimenti, xenofobia e lassismo, ma persino di pseudo-schiavismo.

Scappo a casa vorrebbe essere un film comico che fa anche riflettere su un tema estremamente scottante dell’Italia attuale, eppure l’ironia e la tematica sociale non colgono davvero nel segno, e tutto ricorda un po’ troppo il Contromano di Antonio Albanese, visto lo scorso anno.

Sparsi qua e là per  il film, si possono individuare gli omaggi ai primi lungometraggi di Aldo, Giovanni e Giacomo, come la sequenza nel lago o l’aria tratta da I pagliacci.

Nota: le musiche sono state composte da Fabrizio Mancinelli, già direttore della soundtrack del film premio Oscar Green book, con l’aggiunta di una hit del gruppo musicale Oblivion.

 

 

Giulia Anastasi