L’attrice, sceneggiatrice e regista Mary Bronstein dirige Se solo potessi ti prenderei a calci, con protagonista una strepitosa Rose Byrne, candidata all’Oscar, vincitrice del Golden Globe e, al Festival di Berlino, dell’Orso d’argento come miglior attrice protagonista.

Un lungometraggio intriso di richiami alla psicologia di Jung e Freud, ma con tanta ironia e un cast che annovera tra le sue fila anche Christian Slater.

Ne è protagonista Linda, incarnata, appunto, dalla Byrne, attrice versatile che ha spaziato tra commedie di successo, horror, con la saga Insidious, e kolossal quali Star Wars Episodio II – L’attacco dei cloni, Troy e due X-Men. Qui veste i panni di una psicologa di Montauk tormentata dalle preoccupazioni verso sua figlia piccola dalle fattezze di Delaney Quinn. La bambina necessita di attenzioni mediche e, come se non bastasse, il soffitto del suo salotto le è quasi crollato addosso. A causa di questo evento si trasferisce con la figlioletta in un motel, tutto questo mentre suo marito è completamente assente. Parafrasando il titolo di un film di Pedro Almodóvar, Se solo potessi ti prenderei a calci potrebbe essere descritto come madri sull’orlo di una crisi di nervi. Linda, già in ansia per la figlia, lo è anche per Caroline alias Danielle McDonald, una sua paziente scomparsa, che nel suo studio ha addirittura abbandonato il proprio bebè; oltre che per il disastro occorso in casa sua, e per il quale non riesce a trovare una soluzione. I mariti sono assenti, compreso quello della stessa Caroline, sempre impegnato in riunioni di lavoro. Linda stessa si rifugia nello studio del suo terapista, ovvero Conan O’Brien, al quale, rannicchiata sul divano, racconta i propri sogni e le sue angosce.

C’è tanta psicoanalisi nel film di Mary Bronstein, e peculiarità del metodo analitico si rivela la trovata di non mostrare mai la bambina di Linda, facendo solamente udire la sua voce fuori campo. Infatti, mentre la macchina da presa è sempre concentrata sulla madre seguendola in maniera ossessiva e incalzante in ogni sequenza, aumenta l’effetto della sua oppressione che trasferisce anche allo spettatore. Quando la piccola parla, invece, si ha l’impressione che diventi sempre più la voce di una coscienza interiore, non solo di Linda ma collettiva, rievocando così gli archetipi della psicologia analitica di C.G. Jung. I personaggi da cui è circondata la psicologa sono assurdi: come James, il peculiare custode del motel, portato in scena dal rapper afroamericano A$AP Rocky, sempre in cerca di stupefacenti sul deep web. Il contesto straniante che attornia la protagonista è funzionale, poiché conduce ulteriormente allo spaesamento lo spettatore, che in qualche modo è partecipe delle sue inquietudini. Un autentico viaggio psicologico costituito anche da immagini ridondanti non solo di buchi sul muro, ma anche di tubi che penetrano il corpo umano che rievocano Matrix, mostrando così a chi guarda la cruda realtà di una società tanto alienata quanto egoista. Linda rende conscio l’inconscio tramite un flusso di libere associazioni.

L’interpretazione dei sogni e l’analisi del transfert, ovvero lo spostamento di emozioni dal paziente al suo analista, rappresentano anche il metodo psicoanalitico di Sigmund Freud. Se solo potessi ti prenderei a calci porta in scena con straordinaria maestria l’ansia del vivere in una modernità che, invece, rappresenta l’involuzione di una società imbarbarita e indifferente. Determina quindi un ciclo vitale allucinatorio sospeso tra Freud e Jung ove il disorientamento è flusso di coscienza, alla ricerca di un quieto vivere illusorio o, quantomeno, transitorio. Un film di alto livello questo della cineasta Mary Bronstein, che rende tangibili le angosce in una rutilante e claustrofobica messinscena, con una Rose Byrne che da sola affronta un mondo alienante e dissociato. Suo marito è una figura assente, ma, soprattutto, sembra perfettamente a proprio agio nell’apatia del modus vivendi della società di massa. E insieme ad essa contribuisce allo straniamento di Linda, che incarna l’epica di una madre sospesa tra l’ironia e i fardelli psicologici della maternità.

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